Intervista alla musicista Giulia Casula
Tra ricerca musicale, improvvisazione e contaminazione tra linguaggi, il percorso di Giulia Casula si costruisce attraverso l’ascolto e l’esperienza. Chitarrista sarda oggi attiva a Parma e non solo, Casula ha sviluppato negli anni una pratica in cui lo strumento diventa spazio narrativo, capace di mettere in relazione memoria, luoghi e sensibilità personale.
In questa intervista racconta il proprio rapporto con la chitarra e con l’improvvisazione, il valore della formazione e dell’insegnamento e una ricerca che, attraverso progetti individuali e collettivi, si apre sempre più al dialogo con altre forme espressive.

F.C. Il tuo percorso parte dalla Sardegna e ti ha portata a vivere e lavorare a Parma (giusto?), dove hai proseguito la tua formazione musicale. In che modo questo spostamento geografico e culturale ha modificato il tuo modo di pensare la musica e, più specificamente, il tuo rapporto con la chitarra?
G.C. Esatto, vivo e lavoro a Parma. Penso che ciò che ha modificato il mio modo di pensare la musica e la chitarra siano stati soprattutto gli incontri e le esperienze, ma anche la lontananza da casa.
Alcuni insegnanti che ho incontrato a Parma mi hanno aperto gli occhi e le orecchie verso mondi musicali che conoscevo solo in parte. Ho approfondito l’estetica legata al jazz europeo, l’uso dell’effettistica sul mio strumento, il rapporto tra gesto, suono e composizione, e ho capito che quel tipo di ricerca risuona profondamente in me. Ho iniziato a vedermi come una chitarrista che può parlare attraverso il proprio strumento.
Allo stesso tempo, la distanza da casa ha creato un legame ancora più forte con la mia terra. Credo che proprio da quella mancanza sia arrivata anche molta ispirazione per la mia musica.
F.C. La chitarra possiede una storia e un’identità fortissime, ma nel jazz può assumere ruoli molto diversi, dall’accompagnamento alla costruzione armonica fino all’improvvisazione e alla ricerca timbrica. Qual è il ruolo che senti maggiormente tuo e come hai costruito nel tempo una voce personale attraverso lo strumento?
G.C. Credo che il ruolo che sento maggiormente mio sia quello di cercare una dimensione narrativa attraverso la chitarra.
Quando improvviso mi piace immaginare una voce che racconta una storia. Cerco quindi di costruire uno sviluppo solistico fatto di respiri, intenzione e cantabilità, quasi come se la chitarra dovesse prendere il posto della voce.
Anche nel ruolo di accompagnamento cerco un rapporto molto forte con ciò che accade intorno a me, cercando di ascoltare e amalgamarmi con gli altri strumenti.

F.C. Nel tuo percorso troviamo sia la formazione accademica sia l’esperienza all’interno di ensemble e progetti jazz. Quanto è importante, per te, arrivare a conoscere profondamente le regole musicali prima di poterle mettere in discussione attraverso l’improvvisazione? E quanto spazio lasci invece all’errore, all’intuizione e all’imprevisto?
G.C. Credo che la formazione accademica apra le porte a molte possibilità. Studiare approfonditamente ciò che hanno fatto i grandi musicisti e comprendere come lo hanno fatto è per me un grande privilegio.
La conoscenza permette di avere più possibilità tra cui scegliere: prendere ciò che sentiamo vicino e portarlo dentro la nostra visione, essere più rapidi nelle scelte, ma anche riconoscere ed escludere ciò che non ci appartiene.
Anche la preparazione tecnica e teorica la ritengo fondamentale. I movimenti appresi permettono di collegare il gesto all’idea che ho in testa nel momento in cui sto improvvisando. Sono quindi al servizio dell’intuizione, che è una componente molto presente nel mio modo di improvvisare.
Sto ancora lavorando sulla capacità di abbracciare maggiormente l’errore e di lasciargli spazio.
F.C. Suonare all’interno di un ensemble significa continuamente negoziare il proprio spazio con quello degli altri musicisti o all’interazione con altre forme d’arte: ascoltare, intervenire, sottrarsi, reagire, osservare. Che cosa cambia nel tuo modo di suonare quando passi dalla dimensione individuale a quella collettiva e che cosa cerchi negli altri musicisti durante un’improvvisazione?
G.C. Nel suonare in ensemble amo tantissimo le sfumature che si possono cogliere ascoltandosi. È bello agganciarsi alle idee dei propri compagni, il dialogo che si crea, lasciare gli spazi nel momento giusto e riempire dove necessario. Cerco questa reciprocità durante un’improvvisazione.
È un continuo negoziare il proprio spazio, che però nasce dalla condivisione di un flusso comune, e mi piace molto soprattutto quando questo avviene in un ambiente di fiducia reciproca, cosa non scontata. In questo mi sento molto fortunata, perché è una dimensione che ho trovato con le persone con cui collaboro.
Quando passo dalla dimensione individuale a quella collettiva cambiano gli stimoli. Nella dimensione solistica l’input può essere una nota o un intervallo che suono e sul quale mi soffermo perché mi piace particolarmente, per poi ricamare il resto. Nella dimensione di ensemble, invece, l’input può essere un accordo del pianista, un’idea ritmica del batterista o un glissando del contrabbassista. Sono tutti elementi che possono diventare il punto di partenza per qualcosa di nuovo.

F.C. Accanto all’attività musicale emerge nel tuo percorso anche un interesse per la didattica. Insegnare uno strumento inevitabilmente costringe a interrogarsi su gesti e conoscenze che, dopo anni di pratica, diventano quasi automatici: l’insegnamento ha modificato anche il tuo modo di essere musicista e di comprendere la chitarra?
G.C. Assolutamente sì. Considerando che sono tutt’ora io stessa una studentessa e che credo continuerò ad esserlo per tutta la vita, mi sono accorta che insegnare ha reso il mio apprendimento più profondo e consapevole.
Insegnare ti porta a trovare i modi più disparati per arrivare a uno stesso concetto, perché davanti a te puoi avere modelli di apprendimento molto diversi. Ogni allievo ha il suo modo di imparare e ho sempre cercato di ascoltarlo e di modulare le lezioni tenendo conto delle sue diverse sfaccettature. Questo mi ha insegnato a capire meglio come sviluppare determinati concetti.
Anche il fattore “gioco”, che applico spesso con i bambini, ha avuto un’influenza sul mio modo di studiare lo strumento. Mi ha fatto riscoprire quanto alcuni approcci possano essere più divertenti, leggeri e creativi, e ho iniziato a portare questa dimensione anche nel mio studio personale.

F.C. Guardando al percorso fatto finora, c’è una direzione musicale verso cui senti di volerti spingere maggiormente nei prossimi anni — un progetto, una formazione, un linguaggio o magari una contaminazione ancora inesplorata — e che cosa vorresti che rimanesse a chi ascolta la tua musica dopo l’ultima nota?
G.C. Vorrei continuare a curare e sviluppare i progetti che ho già all’attivo.
C’è innanzitutto il quartetto Harbor Lights, con Alessandro Leuzzi al contrabbasso, Marcelo Sganzerla al pianoforte e Francesco Paganuzzi alla batteria, con cui stiamo ultimando le registrazioni del nostro primo disco. È un progetto nel quale ho portato anche la mia scrittura. I brani che ho composto per il quartetto hanno tutti un filo comune: i luoghi, reali o dell’anima, e le sensazioni legate al viverli o al ricordarli. Mi piacerebbe che chi li ascolta potesse lasciarsi trasportare e immedesimarsi, trovando nella musica un luogo sicuro e accogliente.
Vorrei poi portare avanti “Padanalogica, 8mm e 6 corde”, un progetto in dialogo con le mostre fotografiche dei bravissimi Marco Delsante e Lorenzo Medici. In questo progetto creo la sonorizzazione dal vivo di filmati d’epoca, in formato Super 8, riportati alla luce da Marco Delsante.
Ultimo ma non ultimo, c’è il progetto nato dalla collaborazione con lo straordinario artista sardo Gildo Atzori. Sono rimasta incantata dalle sue opere e dalla sua estetica, e da questo incontro è nata una performance che unisce la sua opera artistica dal vivo alla mia musica improvvisata. Il lavoro è in corso e non vedo l’ora di vederlo concretizzarsi.
In tutti questi progetti sento il desiderio di continuare a cercare un linguaggio personale e, allo stesso tempo, di creare uno spazio in cui la musica possa incontrare altre forme espressive e arrivare a chi ascolta in modo diretto e autentico.
Francesco Cogoni
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