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Intervista a Luigi Maria Maesano: «Anima in notis»

Luigi Maria Maesano: «Anima in notis», tra pianoforte, jazz ed elettronica.

La musica può essere un esercizio di equilibrio, ma anche un modo per sottrarsi alle regole che ne hanno reso possibile la costruzione. È in questa tensione tra disciplina e libertà, scrittura e improvvisazione, tradizione pianistica e sperimentazione elettronica che si sviluppa Anima in notis, il nuovo lavoro discografico di Luigi Maria Maesano, pianista, compositore e docente.

Dieci brani che attraversano linguaggi musicali differenti senza rinunciare alla ricerca di un’identità riconoscibile, nella quale la melodia assume una funzione centrale.

In questa intervista abbiamo approfondito il processo creativo di Anima in notis, il rapporto tra composizione e improvvisazione, il significato del virtuosismo e le prospettive future di un musicista che, dopo aver attraversato differenti territori sonori, immagina già un ritorno alla dimensione più essenziale del pianoforte solistico.

Anima in notis: il significato dell’album e la ricerca di un’identità musicale

Il titolo e l’equilibrio tra linguaggi differenti

F.C. Partiamo dal titolo, Anima in notis. Qual è il significato che attribuisce a questa espressione e in che modo rappresenta il contenuto o il processo creativo dell’album?

L.M.M. Significa che mostro la mia anima, la mia essenza, in modo sincero e attraverso le note. Inizialmente un titolo provvisorio verteva intorno al concetto di equilibrio. Equilibrio fra la musica classica, jazz, fusion e pop. Di questa idea iniziale è rimasta solo la copertina che rappresenta appunto il sistema solare, molto stilizzato, come forma di equilibrio fra forze gravitazionali che si bilanciano. Non trovando però un titolo che mi soddisfacesse relativo a questa immagine ho pensato di rivolgermi ad uno dei brani e farlo diventare la title-track. E’ stato così che ho scelto Anima in notis, un brano molto intimo e che mi ha subito convinto fin dalla sua prima stesura originale. Di solito non sono mai molto contento dei miei brani ma proprio di questo non saprei cosa migliorare, quindi direi che è anche il brano più riuscito del disco, nonostante sia il più semplice.

Musica classica, jazz e fusion: la costruzione di una voce personale

F.C. Nel disco convivono formazione pianistica classica, improvvisazione jazz ed elettronica. Sono tre linguaggi che sente ormai appartenere a un’unica identità musicale oppure, durante la composizione, continua a percepirli come territori distinti da mettere in comunicazione?

L.M.M. Il rischio di creare un patchwork che sembri un costume di Arlecchino è molto alto, quindi nel fare dialogare ambiti musicali diversi ho prestato molta attenzione a produrre un’opera coerente. E la coerenza credo sia venuta fuori grazie ad una certa spontaneità in fase compositiva, un collante che collega i diversi ambiti musicali con la mia costante idea di centralità delle melodie, che hanno una struttura di frase credo ormai molto “mia” e riconoscibile.

La formazione classica e il processo creativo

Le regole della composizione e la libertà dell’intuizione

F.C. Quanto rimane della sua formazione classica quando compone? È qualcosa da cui sente talvolta la necessità di liberarsi oppure costituisce una sorta di grammatica profonda che continua a riaffiorare anche nei momenti più sperimentali?

L.M.M. L’influenza della musica classica è indiretta. Spesso suono Brahms, sia per pianoforte solistico che in musica da camera. E il mio occhio e il mio orecchio non sono mai passivi davanti alla partitura. Mi domando sempre “Perché ha fatto così?” “Cosa avrei fatto io?” Questo atteggiamento mi ha portato a riversare le influenza classiche sul pentagramma, (scrivo ancora a matita!) senza pensare alle regole. Quelle servono per imparare un metodo di lavoro ma poi bisogna sapere quando è il caso di metterle in secondo piano. O forse dopo aver fatto molti esercizi di composizione in Conservatorio le regolo le seguo in modo quasi spontaneo e involontario. Tuttavia quando l’idea originale non rispetta le regole vado sicuramente a dare priorità e valore all’idea musicale in sé, non ci penso proprio a piegarla a qualche regola del manuale di armonia.

Improvvisazione, errore e registrazione in studio

F.C. L’improvvisazione introduce inevitabilmente una componente di imprevedibilità. Quanto spazio lascia all’errore, all’accidente e alla scoperta durante il processo creativo? Le è mai capitato che una composizione prendesse una direzione completamente diversa da quella inizialmente immaginata?

L.M.M. I miei due dischi precedenti (Sintonie 2020 e Right lines 2024) erano molto più improvvisati. Con un ingegnere del suono che preparava tutto i microfoni e noi musicisti pronti a fare un paio di take (non di più) dal vivo. In quei due dischi c’era molta più improvvisazione in senso jazzistico. In questo nuovo disco invece il lavoro è stato più simile a quello di una produzione rock. L’improvvisazione viene spontanea nel primo take, ma poi, una volta scelta quella più bella, si cerca di replicarla anche nella registrazione ufficiale. Certo c’è sempre un certo margine di libertà, ma dal momento che il disco è stato prodotto con registrazioni a tracce singole e non live, la libertà è stata un po’ inferiore rispetto ai dischi precedenti. La scelta di registrare in tracce separate in questa occasione è stata motivata dalla volontà di raggiungere la più alta qualità sonora possibile e devo dire che Mix_dome del Sonic Temple Studio di Parma ha fatto un lavoro egregio.

Composizione e improvvisazione: due modi di vivere il tempo musicale

F.C. Scrittura e improvvisazione sembrano rappresentare due concezioni quasi opposte del tempo musicale: da una parte qualcosa che viene progettato, dall’altra qualcosa che esiste nel momento in cui accade. Come vive questa tensione nel suo lavoro?

L.M.M. Mi rifaccio molto all’idea di improvvisazione come composizione istantanea. Prima dell’invenzione del registratore anche Bach e Chopin improvvisavano ma l’unico modo per fissare le loro buone idee istantanee era scriverle. Non vedo una grande differenza fra la natura creativa compositiva e improvvisativa. L’unica differenza è un oggetto: la gomma! In fase di composizione si può tornare indietro a cercare l’idea migliore o a limare l’idea giusta. In fase di improvvisazione questa possibilità non c’è ma credo che il bello sia proprio quello di correre dei rischi, rischiare che l’idea possa essere brutta. E questo valorizza molto di più il risultato quando invece ne viene fuori una bella. Questa gratificazione è solo presente nei concerti dal vivo, non nella musica registrata dove, se non piace un primo take, se ne può fare un altro.

Pianoforte ed elettronica: la sperimentazione sonora di Luigi Maria Maesano

Sintetizzatori e strumenti tradizionali: espandere il suono del pianoforte

F.C. L’elettronica può essere utilizzata semplicemente come ampliamento della tavolozza sonora, ma può anche modificare profondamente il modo di concepire uno strumento tradizionale. Nel suo caso, che rapporto esiste tra pianoforte e sintesi sonora? L’elettronica accompagna il pianoforte oppure ne mette in discussione i confini?

L.M.M. Sono uno smanettone dei synth! E volevo che venisse fuori proprio questa mia caratteristica, far conoscere i suoni che vengono fuori dalle mie sperimentazioni. Il rapporto col pianoforte è molto organico. Ricordo ancora una visita al museo di Liszt a Budapest. Anche lui era uno smanettone. Nella sua casa ho visto uno strumento ibrido a due manuali: pianoforte sotto e armonium sopra. Insomma l’idea di espandere il timbro del pianoforte è sempre stata presente già dall’800. Un altro esempio, molto più creativo di quello di Liszt è quello di Rossini, il quale, nella Petite Messe Solennelle arricchisce il pianoforte con l’armonium e si ottiene davvero un effetto di sostegno del timbro di pianoforte come quello che si ottiene oggi aggiungendo un pad al pianoforte.

Come nasce una composizione: dalla prima intuizione alla selezione dei brani

F.C. In Anima in notis convivono momenti molto intimi e strutture timbriche e ritmiche più complesse. Quando compone parte maggiormente da un’idea musicale, da una struttura, da un’immagine, da una sensazione oppure dalla ricerca di un particolare suono?

L.M.M. Quando compongo cerco sempre di entrare in sintonia con il posto nel quale il brano esiste già. Il mio lavoro è solo quello di tirarlo fuori come già è. Esiste già e ogni nota porta alla successiva. Ogni nota della melodia ha anche una chiara funzione armonica che porta con se. Cerco di comporre tanto e di non inibire nessuna idea. Tutte sono degne di arrivare alla fine. Non tutte di essere pubblicate. Ne scrivo molte di più di quelle che raggiungono il disco pubblicato. In particolare se guardo gli appunti creativi di Anima in Notis vedo che ero arrivato a 24 brani. Di questi solo 10 hanno raggiunto la pubblicazione.

Gravity Shift e Foglie e cemento: immagini, poesia e musica

F.C. Due titoli come Gravity Shift e Foglie e cemento evocano immediatamente immagini, materia e movimento. Quanto è importante per lei la componente visiva nella musica? Esistono immagini, luoghi, opere d’arte o esperienze concrete che hanno contribuito alla nascita di questi brani?

L.M.M. I titoli cercano di evocare le caratteristiche musicali. Però per Foglie e cemento il merito va tutto a Blu di prussia, il cantautore con il quale ho realizzato il brano. Lui ha creato il testo della canzone e l’ha cantata. A lui il merito di queste immagini, io ho solo fatto la musica. Daniele Cattani (questo è il suo nome all’anagrafe) ha la capacità di trovare immagini molto poetiche e di metterle su carta con parole caratterizzate da un forte e bilanciato impatto sonoro.

Virtuosismo, tecnologia e insegnamento musicale

La tecnica pianistica tra esibizione e ricerca espressiva

F.C. Il virtuosismo è storicamente centrale nella tradizione pianistica, ma nella musica contemporanea rischia talvolta di trasformarsi in una dimostrazione tecnica fine a se stessa. Qual è il suo rapporto con la tecnica e dove, secondo lei, il virtuosismo smette di essere esibizione e diventa realmente linguaggio?

L.M.M. Il mio rapporto con il virtuosismo è quello di una continua tensione al miglioramento. Non c’è mai un limite alla precisione, al gusto e alla velocità. Mi domando se grandi virtuosi del pianoforte come Yuja Wang sentano sempre la tensione al miglioramento che sento io o ad un certo punto si arrivi ad un buon livello di soddisfazione. Io credo di avere molta strada da percorrere per migliorarmi ancora.

Software musicali e creatività: quando la tecnologia diventa un ostacolo

F.C. Oggi un compositore ha accesso a una quantità praticamente illimitata di strumenti, timbri, software e possibilità produttive. Questa libertà tecnologica rende più semplice trovare una propria voce oppure, paradossalmente, rende più difficile scegliere cosa escludere?

L.M.M. È un’ottima domanda. Accendere il computer per me molto spesso significa sbattere la testa su un problema tecnico. Per questo in fase compositiva non voglio nessun tipo di frizione e mi affido alla carta pentagrammata, matita e, soprattutto, alla gomma. Finita la composizione dico di essere al 40% del lavoro. Da quel momento inizia il lavoro di pazienza: affrontare gli strumenti informatici, con i loro intoppi. Cerco di escludere quello che non conosco già in termini di sintetizzatori. Ne padroneggio pochi ma a fondo. Non sono interessato a possederne molti e diversi. Credo che si possa tirare fuori il meglio solo da ciò che si conosce bene.

Il rapporto tra didattica e attività compositiva

F.C. Lei è anche docente. L’insegnamento ha modificato il suo modo di comporre o di osservare la musica? E, al contrario, quanto della sua attività di compositore entra nel rapporto con gli studenti?

L.M.M. Queste mie due attività sono fortemente separate. Quando ho davanti uno studente mi focalizzo sul percorso musicale migliore per lui o lei. Sicuramente avrà più beneficio a conoscere Herbie Hancock o Bach invece che conoscere i miei brani. Però in fase compositiva credo che il rapporto con i giovani musicisti mi mantenga con i piedi per terra per restare ad un livello di fruibilità che si avvicini anche ad un ascoltatore alla ricerca di qualcosa di facilmente intellegibile.

Il futuro dell’album nell’epoca dello streaming musicale

Dieci tracce, quarantadue minuti: la musica come esperienza unitaria

F.C. Viviamo in un’epoca in cui molta musica viene fruita velocemente, spesso attraverso singoli brani suggeriti dagli algoritmi. Che significato assume oggi pubblicare un album di dieci tracce pensato come progetto unitario? L’album conserva per lei una propria forma narrativa?

L.M.M. Il tema è stato trattato anche da grandi pop star come Adele la quale chiese a Spotify di privilegiare la pubblicazione del suo album come un’opera d’arte unitaria e non come una serie di singoli sparsi in diverse playlist insieme a chissà cos’altro. Sì, il mio disco vuole essere un’opera unitaria. Io ancora ascolto così gli album, dall’inizio alla fine. Spero che anche i miei ascoltatori abbiano la fiducia di lasciarsi trasportare in un percorso di 42 minuti, proprio come si faceva ai tempi degli LP in vinile.

Gravity Shift: il brano che racconta una fase di cambiamento

F.C. C’è un brano del disco che considera particolarmente rappresentativo del punto in cui si trova oggi come musicista e compositore? E, se sì, per quale motivo?

L.M.M. Sto vedendo che Gravity shift sta andando piuttosto bene si YouTube e quando lo riascolto direi che è quello che mette insieme molti aspetti di questa fase del mio percorso musicale di crescita e cambiamento. Direi quindi che sia la sintesi più completa e sono felice che sia il brano più ascoltato su YouTube.

Dopo Anima in notis: i prossimi progetti di Luigi Maria Maesano

Il ritorno al pianoforte solistico

F.C. Guardando oltre Anima in notis, c’è una direzione musicale che sente di non aver ancora esplorato abbastanza e verso la quale vorrebbe spingersi nei prossimi lavori?

L.M.M. Sta già prendendo forma nella mia immaginazione il mio prossimo, quarto, disco. Continuando nel segno dei due brani Anima in notis e Aetheris, sono sicuro che il prossimo lavoro discografico sarà per piano solo. Voglio rivisitare alcuni brani dei miei dischi precedenti e aggiungerne alcuni altri per presentarmi al pubico nella mia veste più naturale e analogica: il pianoforte solistico.

I musicisti che hanno collaborato alla realizzazione dell’album

L.M.M. Prima di salutarvi però voglio aggiungere un importante ringraziamento per tutti i musicisti bravissimi che hanno collaborato nel disco: Alice Ascari al violino, Blu di prussia alla voce e alle parole, Stefano Bergamini al clarinetto, Diego Lancellotti alla batteria, Paolo Pattini al flauto traverso e Francesca Sartorato alla voce.

Luigi Maria Maesano: sito ufficiale e prossimi concerti

L’intervista restituisce il ritratto di un compositore che riconosce nella tradizione una risorsa, senza trasformarla in un vincolo, e che cerca nella tecnologia nuove possibilità sonore senza rinunciare alla spontaneità del gesto creativo. Un percorso nel quale la complessità degli strumenti e delle influenze sembra trovare il proprio contrappunto nella ricerca di una musica essenziale, capace di comunicare anche attraverso la semplicità.

Francesco Cogoni

Per approfondire il lavoro di Luigi Maria Maesano, conoscere i prossimi appuntamenti dal vivo e seguire i suoi progetti musicali, è possibile visitare il sito ufficiale di Luigi Maria Maesano.

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