Intervista a Remo Suprani: “L’opera migliore è la prossima”.
A distanza di anni dalla nostra prima conversazione, torniamo a incontrare Remo Suprani per attraversare un percorso artistico che sembra rifiutare l’idea stessa di uno spartiacque.
Pittura, ferro, ossidazioni, paesaggi immaginari, rovine e architetture industriali appartengono a una ricerca che Suprani descrive come una linea continua, nella quale ogni esperienza diventa la condizione necessaria per quella successiva. Il suo lavoro si muove così tra due tensioni apparentemente opposte: da una parte il gesto pittorico rapido, istintivo, disposto ad accogliere l’errore e la casualità; dall’altra la costruzione plastica, dove l’immagine viene pensata e progressivamente tradotta nella materia.
A unirle è forse proprio il tempo, inteso non soltanto come durata, ma come storia depositata sulle superfici, nelle ossidazioni del metallo, negli ambienti vissuti e persino nelle immagini che sembrano portare con sé la traccia di qualcosa che è già accaduto. In questa intervista Suprani racconta il proprio rapporto con la figurazione, il paesaggio e la sperimentazione, attraversando le influenze di Turner e Anselm Kiefer fino alle installazioni di Yayoi Kusama e Chiharu Shiota, per arrivare al rapporto con il sistema dell’arte contemporanea, il mercato e quella necessità personale di continuare a lavorare che rende, nelle sue parole, la prossima opera sempre la migliore.

Remo Suprani e l’arte come percorso continuo: dalle origini alla ricerca contemporanea
F.C. Sono trascorsi diversi anni dalla nostra precedente intervista. Se osserva oggi il lavoro che realizzava negli anni Novanta e Duemila, quali elementi riconosce ancora come essenziali alla sua identità artistica e quali, invece, sente di avere progressivamente abbandonato o trasformato? Esiste un momento o un’opera che considera uno spartiacque nel suo percorso?
R.S. Sin dall’inizio, e mi piace ancora pensarlo, ho considerato il mio percorso artistico come una linea continua, con un punto di partenza che coincide, forse, con la presa di coscienza del proprio impegno, e un punto di arrivo, non inteso come “traguardo”, ma piuttosto e purtroppo come momento inevitabile in cui non mi sarà più possibile creare nuove opere.
Posso dire che all’interno di questo percorso, mi porto dietro tutti gli elementi che hanno contribuito nel tempo alla formazione della mia “identità artistica”, intesa sia come identità strettamente personale, sia come riconoscimento esterno. Alcune ricerche sono state abbandonate in favore di altre più stimolanti, ma senza le quali non avrei potuto sviluppare quelle successive. In pittura per esempio, fondamentalmente ho mantenuto tematiche e tecniche individuate anni fa, cercando semmai di effettuare sperimentazioni su materiali diversi.
Per questo motivo mi è difficile individuare un’opera o un momento “spartiacque” all’interno di questo percorso, tuttavia, sicuramente sono presenti opere o momenti particolari che hanno contribuito maggiormente alla sua prosecuzione.

Tra pittura e scultura: il rapporto di Remo Suprani con ferro, materia e colore
F.C. Pittura e ricerca plastica convivono da tempo nel suo lavoro: da una parte il colore, il gesto e l’immagine, dall’altra il ferro, l’ossidazione e la costruzione della forma. Sono due modalità differenti di affrontare le medesime questioni oppure rispondono a esigenze espressive autonome? Che cosa riesce a ottenere attraverso la materia metallica che la pittura non potrebbe restituirle, e viceversa?
R.S. Diciamo che all’inizio ho privilegiato la ricerca pittorica: tecniche, colori, supporti, ecc .., , poi nel tempo ho cercato quella “manualità” che la pittura può dare solo in parte. “Vedere” immagini nella propria mente e cercare di dar loro una forma è sempre molto stimolante.
Permette anche di ottenere informazioni preziose su materiali e prodotti, o pensare alle soluzioni migliori per realizzarle. La ricerca in arte è pressoché infinita e si rende necessario indirizzare interessi ed energie verso i materiali che si ritengono più affini alla propria poetica. Per quello che mi riguarda trovo molto interessanti le superfici sulle quali il tempo e l’azione degli agenti atmosferici hanno lasciato tracce, spesso casuali, e che quindi raccontano già una “storia”.
In prevalenza lamiere di ferro o altri metalli, oltre ad alcune sperimentazioni su manufatti in calcestruzzo, ma ripeto, le possibilità sarebbero infinite. Anche il procedimento, rispetto alla pittura, è molto diverso. Nei quadri ricerco l’immagine mentre la costruisco, mentre nell’utilizzo di altri materiali cerco di realizzare il “prodotto” pensato, riducendo al minimo o quasi azzerando la variabile “casualità”.

Figurazione, astrazione e casualità: quando l’opera nasce durante il processo creativo
F.C. Nei suoi dipinti il confine tra figurazione e astrazione appare spesso instabile: paesaggi, interni, figure e strutture sembrano emergere progressivamente dalla materia pittorica anziché essere definiti a priori. Quanto è importante per lei non sapere esattamente quale sarà l’immagine finale e quale ruolo assumono l’errore, l’accidente e la possibilità di distruggere ciò che sembrava già acquisito durante il processo creativo?
R.S. Seppure con tutti i limiti del caso, mi reputo un artista figurativo. Ho comunque sempre cercato di fare una pittura, in qualche modo, “istintiva”. Non trovo molto interessante, ovviamente nei miei lavori, ricoprire di colore spazi già definiti. Mi piace partire da un’idea di immagine e costruirla in maniera libera, anche scomposta a volte, seguendo una direzione che lascia spazio al gesto ( anche casuale ) che può risolvere il quadro o in alcuni casi pregiudicarne la riuscita.
In ogni caso aprendo la possibilità di lavorare su un’immagine diversa e altrettanto stimolante, se conoscessi già il risultato finale rinuncerei a una buona parte di “divertimento”. Ritengo inoltre, che la velocità nell’esecuzione, eventualmente possa giocare un ruolo positivo, per poi, in un secondo momento, osservare, aggiungere o togliere qualcosa, modificare leggermente i toni o amplificare una luce, prima di dichiarare il lavoro concluso. In questo modo ogni opera può essere anche per me, prima che lo sia per altri, una inaspettata sorpresa.. Questo è quello che mi interessa veramente quando dipingo.

Da Turner ad Anselm Kiefer: artisti e influenze nella ricerca di Remo Suprani
F.C. In passato ha indicato la sperimentazione come una componente fondamentale del suo lavoro e ha raccontato di essersi progressivamente isolato dalle influenze artistiche più dirette. Oggi quali artisti, movimenti o esperienze considera realmente determinanti nella formazione del suo sguardo? E quali influenze, anche non appartenenti strettamente alle arti visive — letteratura, musica, cinema, architettura, paesaggio o esperienza quotidiana — sono entrate più profondamente nel suo modo di lavorare?
R.S. Essendo fondamentalmente autodidatta, non appartengo a nessuna “scuola” né mi riconosco in nessun movimento in particolare. Nel tempo ho trovato, anche per caso, strumenti, colori, supporti, materiali, che hanno stimolato il mio pensiero e dei quali mi sono servito per cercare di costruire una forma o di rappresentare un’immagine nel modo cui mi interessava farlo.
Non ho particolari riferimenti, sia nell’arte passata che in quella contemporanea, mi piacciono le cose semplici, a cominciare dai supporti : carta, cartone, ferro arrugginito, e penso che la forza di un’opera non dipenda dalla complessità dei materiali che si usano, anzi, forse è vero il contrario. Certo, nel tempo ho guardato con infinita ammirazione a Turner o ai paesaggisti in generale.
Nel contemporaneo non posso non citare Anselm Kiefer, a mio avviso la massima espressione del modo di fare pittura, soprattutto a livello di libertà di interventi, tecnica, formati delle opere, spazi di lavoro, risultati finali, ecc …, ma apprezzo anche molto lavori più “concettuali”, come le stanze di Kusama o le ragnatele di Chiharu Shiota. In sostanza tutto ciò che riesce a meravigliare e stupire.

Paesaggi onirici, rovine e architetture industriali: il soggetto come pretesto per dipingere
F.C. Nei suoi lavori ricorrono paesaggi industriali, paesaggi naturali, alberi, rovine, interni e figure umane. Sono soggetti molto diversi, ma sembrano condividere una condizione di sospensione e una certa essenzialità. Che cosa cerca realmente quando sceglie un soggetto? È ancora il soggetto a generare l’opera oppure diventa soprattutto un pretesto attraverso il quale far emergere uno stato mentale, una memoria o una particolare relazione con la materia?
R.S. Penso che alla fine il soggetto sia solo un pretesto per fare pittura. Sicuramente ognuno sceglie le immagini che sente più vicine e che possono meglio essere rappresentate dalla propria tecnica di esecuzione.
Ho sempre amato il paesaggio, per la libertà interpretativa che gli appartiene. Una macchia scura, un colore azzurro, un riflesso di luce, non serve attenersi obbligatoriamente alla realtà. I miei paesaggi sono luoghi immaginari che ognuno di noi può vedere quotidianamente, senza per forza riconoscerne la posizione geografica. Alcuni li intitolo “Paesaggi onirici” o “Stati d’animo” perché in fondo sono sensazioni. Il termine paesaggio deriva dal latino pagus-villaggio, e non è altro che il territorio circostante ad esso, quindi, seppureapparentemente inanimati, vivono comunque di una invisibile presenza.
Altri soggetti che ho rappresentato più volte, sono quelli relativi alle “rovine” o alle architetture industriali, che assurgono quasi a presenza umana o comunque a decadente testimonianza di essa. In entrambi i soggetti entra in gioco l’importanza del tempo, di cui parlerò brevemente più avanti.

Il tempo come materia dell’opera: ossidazione, memoria, deterioramento e trasformazione
F.C. Il tempo sembra avere un ruolo particolarmente interessante nella sua ricerca, soprattutto nelle opere metalliche, dove l’ossidazione trasforma fisicamente la superficie, ma anche nella pittura, costruita attraverso sovrapposizioni, cancellazioni e modificazioni. Quanto conta per lei il tempo come materiale dell’opera? La trasformazione, il deterioramento e l’imperfezione sono qualcosa da controllare oppure elementi ai quali lascia deliberatamente una parte di autonomia?
R.S. Riallacciandomi alla considerazione finale della risposta precedente, ho sempre inteso il termine “tempo”, sia come frazione temporale che agisce sulla materia, modificandola e facendo emergere interessanti mutazioni, sia come “storia”, di un oggetto, di un luogo, o appunto di un determinato materiale. Difficilmente abiterei in una casa di nuova costruzione o arredata con mobili freschi di fabbrica.
Preferisco ambienti vissuti o anche “leggermente” imperfetti e decadenti. Hanno un fascino particolare che parla della loro storia, non necessariamente gloriosa ma, appunto, del semplice tempo trascorso.
Per il materiale, mi riferisco in particolare all’ ossidazione del metallo, con effetti che solo una prolungata esposizione casuale agli agenti atmosferici può dare. Anche in questo caso, il tempo e la casualità, giocano un ruolo fondamentale, tracciandone in fondo la “storia”. In pittura, o meglio, nella mia pittura, è quasi vero il contrario.
Le opere migliori nascono da gesti veloci, istintivi, in grado, anche in maniera inconsapevole, di “mettere tutto a posto” in poco tempo, salvo poi, come ho già accennato precedentemente, concentrarsi sulle tonalità o sui particolari : un togliere e un aggiungere, in funzione dello sguardo di quel preciso momento.

Remo Suprani e il sistema dell’arte contemporanea: oltre mode, mercato e visibilità
F.C. Lei ha più volte rivendicato una posizione appartata rispetto alle mode, alle dinamiche del mercato e alla frenesia del sistema dell’arte contemporanea. Dopo tanti anni di lavoro e di esposizioni, come è cambiato il suo rapporto con questo sistema? Ritiene ancora possibile costruire un percorso autenticamente personale senza essere condizionati dalle logiche di visibilità, riconoscimento e mercato che oggi sembrano accompagnare inevitabilmente la produzione artistica?
R.S. Il mondo dell’ arte è così ampio e con infinite combinazioni riguardo alla produzione che trovo complicato parlare di “mode”. Se con tale termine si indica trattare temi di attualità allora può avere un senso. Nel mio percorso ho sempre cercato di ascoltare o guardare all’interno di me stesso, piuttosto che prendere spunto da accadimenti o situazioni esterne.
Mi sono preoccupato innanzitutto di seguire un percorso che mi desse modo, di soddisfare le mie esigenze espressive, mettendo il lavoro al primo posto, senza preoccuparmi troppo di pubbliche relazioni o “marketing”. Poi negli anni qualche risultato c’è stato, questo mondo, come altri, vive di periodi più o meno positivi, ma non per questo si smette di produrre o di fare ricerca.
In fondo lavorando, ripeto, soddisfo una mia esigenza, e non posso di certo aspettarmi che sia sempre condivisa. Certo, vendere un’opera, essere selezionati a un premio, avere una galleria di riferimento, sono aspetti importanti che però vengono dopo quello che è l’impegno di credere nel proprio lavoro.
Attualmente è un buon periodo, fatto di “piccole” soddisfazioni, compreso il gentile invito a rispondere alle sue interessanti domande, ( in questi giorni sono presente con un’opera esposta al Museo Diocesano Arborense di Oristano in occasione della mostra relativa al Premio Marchionni 20026 e, recentemente, ho avviato una collaborazione con la Galleria “Bottega Gollini ” di Imola ) e cercherò di trarne linfa per proseguire al meglio il mio percorso.

«L’opera migliore è la prossima»: perché continuare a creare
F.C. Se dovesse individuare la domanda fondamentale che attraversa oggi il suo lavoro, quale sarebbe? C’è qualcosa che sente di non essere ancora riuscito a risolvere attraverso la pittura e la scultura e che continua, proprio per questo, a riportarla in studio?
R.S. Direi che al momento non esiste una domanda specifica alla quale, anche lavorando, non riesco a dare risposta. Come ho già accennato precedentemente, quando ho cominciato questo percorso mi sarei augurato che proseguisse a lungo e trovo quasi miracoloso che questo sia avvenuto. Mi piace pensare, e lo trovo un privilegio, che la mia arte accompagni la mia vita e si fonda ad essa. L’unica cosa di cui sono cosciente è il fatto che non riuscirò a fare tutte le opere che vorrei o le sperimentazioni che ritengo interessanti. Direi che il motivo che mi riporta in studio è semplicemente racchiuso in una considerazione che mi permetto di fare: se lei mi chiedesse qual è l’opera migliore o la più “bella”, io le risponderei senza esitazione… la prossima.
Francesco Cogoni.
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