L’Odissea di Christopher Nolan la perdita del mito
Nota dell’autore: questo articolo nasce dalla mia esperienza diretta dopo la visione del film. Le riflessioni che seguono rappresentano una mia interpretazione personale dell’opera di Christopher Nolan e del suo rapporto con il poema di Omero.
Il ritorno di Christopher Nolan al mito fondativo dell’Occidente
Dopo aver raccontato il tempo come struttura narrativa in Memento, Interstellar e Tenet, la guerra in Dunkirk, il sacrificio in The Prestige e la responsabilità morale della conoscenza in Oppenheimer, Christopher Nolan affronta uno dei testi più importanti della cultura occidentale: l’Odissea.
L’operazione è imponente sotto ogni punto di vista. Nolan firma regia, sceneggiatura e produzione insieme a Emma Thomas, sua storica collaboratrice. Alla fotografia torna Hoyte van Hoytema, probabilmente uno dei più grandi direttori della fotografia contemporanei, capace negli anni di costruire un’estetica riconoscibile fatta di luce naturale, grandi spazi e immagini che sembrano scolpite più che illuminate. Il montaggio è affidato ancora a Jennifer Lame, mentre le musiche portano la firma di Ludwig Göransson, che sceglie un approccio molto diverso dall’epica orchestrale classica, contaminando la colonna sonora con sonorità isopolifoniche dell’Albania meridionale e strumenti tradizionali come il çyla dyjare. La scenografia è curata da Ruth De Jong, mentre Ellen Mirojnick firma costumi che oscillano continuamente tra ricostruzione storica e immaginario epico contemporaneo.
Il cast è altrettanto ambizioso. Matt Damon interpreta Odisseo, Anne Hathaway veste i panni di Penelope, Tom Holland quelli di Telemaco. Zendaya interpreta Atena, Charlize Theron è Calipso, Samantha Morton è Circe, Jon Bernthal dà volto a Menelao, Benny Safdie interpreta Agamennone, Robert Pattinson è Antinoo e Lupita Nyong’o ricopre un doppio ruolo, interpretando Elena e Clitennestra.
Con un budget produttivo di circa 250 milioni di dollari, diventati quasi 375 considerando il marketing e la distribuzione, The Odyssey rappresenta uno dei progetti più costosi e ambiziosi della carriera del regista.
Ed è forse proprio questa ambizione a rendere ancora più interessante discuterne.
Una premessa necessaria
Non credo che un adattamento debba essere fedele.
Se fosse così, Apocalypse Now non sarebbe uno dei grandi capolavori del Novecento, perché tradisce profondamente Cuore di tenebra di Joseph Conrad. Stanley Kubrick modifica radicalmente Stephen King in Shining. Andrej Tarkovskij fa qualcosa di simile con Stanisław Lem in Solaris.
Le grandi opere reinterpretano.
La domanda, quindi, non è se Nolan sia fedele a Omero.
La domanda è molto più semplice.
Che cosa sceglie di trasformare?
È qui che nasce la mia distanza dal film.
Un film magnifico da guardare
Vorrei partire da ciò che mi ha convinto.
Perché c’è molto.
La fotografia di Hoyte van Hoytema è semplicemente straordinaria.
Molti paesaggi sembrano uscire direttamente dalla pittura romantica di Caspar David Friedrich. Le coste battute dal vento, gli orizzonti immensi, le tempeste, il mare che occupa quasi completamente l’inquadratura, restituiscono continuamente quella sensazione di sublime di cui scriveva Edmund Burke nel Settecento: una bellezza così grande da diventare quasi inquietante.
In altri momenti ho pensato a William Turner, soprattutto nelle scene marine, dove acqua, luce e cielo sembrano fondersi in una materia unica.
Il film possiede immagini che rimangono nella memoria.
Non è poco.
Anzi.
È probabilmente la sua qualità maggiore.
Anche la scelta di utilizzare sonorità provenienti dalla tradizione isopolifonica dell’Albania meridionale contribuisce a creare un’atmosfera sorprendente. Ludwig Göransson evita la tentazione di costruire una semplice colonna sonora “epica” e cerca invece un Mediterraneo sonoro più arcaico, più ruvido, meno hollywoodiano.
Sono dettagli che raccontano una ricerca autentica.
Dove il film comincia ad allontanarsi da Omero
La mia impressione, però, è cambiata progressivamente.
Più il viaggio avanzava, più avevo la sensazione che Nolan non fosse interessato a raccontare l’Ulisse di Omero.
Il suo protagonista non è il πολυμήχανος, “l’uomo dai molti inganni”.
È un reduce.
Un uomo devastato dalla guerra.
Il tema dominante non è il ritorno.
Non è l’identità.
Non è la conoscenza.
È la colpa.
La colpa nasce dal cavallo di Troia.
Quello che nella tradizione occidentale è diventato il simbolo dell’intelligenza strategica viene reinterpretato come un inganno che continua a produrre sofferenza. Il dono si trasforma in trappola. La vittoria diventa il peso che Odisseo è costretto a portare per tutto il viaggio.
È una lettura interessante.
Ma è una lettura profondamente contemporanea.
Da Omero a Freud
Qui emerge, secondo me, la scelta più radicale del film.
Nolan traduce il mito nella psicologia.
L’Atena che accompagna Odisseo mi è sembrata meno una dea e più una coscienza esterna, quasi una terapeuta che aiuta il protagonista ad affrontare il trauma.
Anche il sacro cambia natura.
Nel poema gli dèi sono il mondo.
Non hanno bisogno di essere spiegati.
Sono realtà.
Nel film, invece, sembrano assumere soprattutto una funzione morale.
Il soprannaturale rimane, ma viene continuamente trattenuto, ridimensionato, riportato verso il realismo.
È come se il film avesse paura di lasciarsi attraversare completamente dal mito.
Probabilmente per evitare che il pubblico contemporaneo lo percepisca come ingenuo o ridicolo.
Ed è proprio qui che, secondo me, nasce il suo limite più grande.
Rimane con i piedi in due staffe.
Troppo realistico per essere davvero mitologico.
Troppo soprannaturale per essere realmente realistico.
Paul Ricoeur e l’identità perduta
Il filosofo Paul Ricoeur scrive che l’identità dell’uomo nasce attraverso il racconto.
L’Ulisse di Omero cambia continuamente volto.
Si traveste.
Mente.
Diventa “Nessuno”.
Ogni trasformazione lo avvicina sempre di più a se stesso.
Nel film ho percepito il contrario.
Più il viaggio procede, più Odisseo perde identità.
La sua astuzia passa in secondo piano.
L’ingegno quasi scompare.
Perfino il celebre episodio del ciclope viene profondamente modificato.
Per me non è una semplice omissione narrativa.
È il simbolo di un cambiamento molto più profondo.
L’Odissea non racconta più la costruzione dell’identità attraverso il viaggio.
Racconta la lenta disgregazione di un uomo schiacciato dal peso delle proprie azioni.
Ed è proprio qui che, almeno nella mia lettura, Christopher Nolan sostituisce il mito con la psicologia.
L’Odissea senza mito
Il prezzo del realismo: quando il cinema contemporaneo ha paura degli dèi
Prima scrivevo che secondo la mia lettura, The Odyssey sostituisce progressivamente il mito con la psicologia.
Vorrei chiarire un punto.
Il problema, almeno per me, non è il realismo.
Anzi.
Credo che sarebbe stato molto più coraggioso realizzare un’Odissea completamente realistica.
Avrebbe significato trovare un linguaggio cinematografico capace di tradurre il mito senza negarlo.
Il film, invece, sceglie una strada diversa.
Gli dèi esistono.
Il soprannaturale esiste.
I mostri esistono.
Ma tutto viene continuamente ridimensionato.
È come se il film dicesse allo spettatore:
“Non preoccuparti, dietro tutto questo c’è soprattutto un uomo che soffre.”
È una scelta perfettamente legittima.
Ma trasforma profondamente il significato del poema.
Hans Blumenberg: perché continuiamo ad avere bisogno dei miti
Il filosofo tedesco Hans Blumenberg, nel monumentale Lavoro sul mito, sostiene che i miti non sono racconti ingenui inventati da civiltà primitive.
Sono strumenti con cui l’uomo rende abitabile il mondo.
Il mito non serve a spiegare.
Serve a dare forma all’ignoto.
È una risposta all’eccesso di realtà.
L’Odissea non è soltanto il viaggio di un uomo.
È il modo con cui una civiltà immagina il mare, il destino, la morte, il desiderio, la conoscenza, la nostalgia e il ritorno.
Quando tutto questo viene tradotto esclusivamente nella psicologia di un reduce di guerra, il mito cambia funzione.
Diventa una storia individuale, una dimensione socio-politica da rappresentare.
Perde la sua dimensione cosmica.
Ed è proprio questa trasformazione che, personalmente, ho percepito per tutta la durata del film.
Jung: i mostri siamo noi
Carl Gustav Jung avrebbe probabilmente sorriso davanti all’Odissea.
Per lui Polifemo, Circe, Scilla, Cariddi e le Sirene non sono semplicemente creature fantastiche.
Sono archetipi.
Manifestazioni dell’inconscio collettivo.
Il ciclope rappresenta la forza che non teme neppure gli dei.
Le Sirene il desiderio assoluto e mortale.
Circe la regressione dell’uomo ai propri istinti.
Scilla e Cariddi il dramma di ogni scelta impossibile.
Nel film molti di questi significati rimangono sullo sfondo.
Polifemo è spettacolare.
È costruito magnificamente.
Sapere che la creatura nasce da un enorme burattino poi rifinito in CGI dimostra una cura artigianale che oggi il cinema utilizza sempre meno.
Eppure mi è sembrato più vicino a un gigantesco uomo deformato che a una figura mitica.
Soprattutto manca il momento decisivo.
“Nessuno.”
Una delle intuizioni narrative più geniali mai scritte.
L’identità che si nasconde per potersi salvare.
L’intelligenza che vince sulla forza.
L’episodio esiste.
Ma il suo significato filosofico scompare.
Per me è una perdita enorme.
Circe: la scena più potente del film
Se dovessi scegliere una scena che mi ha davvero colpito, probabilmente indicherei Circe.
Samantha Morton costruisce un personaggio ambiguo, inquietante e sorprendentemente umano.
Forse persino troppo umano.
La trasformazione dei guerrieri in maiali è uno dei momenti visivamente più riusciti dell’intero film.
Non tanto per gli effetti digitali.
Quanto per la maniera quasi scultorea con cui i corpi sembrano deformarsi.
È una scena che ricorda certe opere di Francis Bacon.
La carne perde la propria identità.
Diventa materia.
Ed è probabilmente il momento in cui Nolan riesce maggiormente a dialogare con l’arte contemporanea.
Peccato che anche Circe finisca per perdere gran parte della propria natura divina.
Sembra giudicare.
Comprendere.
Interpretare.
Più che incarnare una forza cosmica.
Le Sirene: quando il desiderio diventa silenzio
Le Sirene sono forse la più grande occasione mancata.
Nel poema rappresentano il desiderio della conoscenza assoluta.
Non seducono soltanto con la bellezza.
Sedurranno promettendo sapere.
Nel film rimangono quasi fantasmi.
Figure indistinte tra le rocce.
Non esiste davvero il loro canto.
Rimane soltanto il dolore del guerriero che rompe il sigillo della cera e quello di Odisseo legato all’albero maestro.
La scena funziona.
Ma perde quella vertigine intellettuale che rendeva le Sirene uno dei simboli più potenti della cultura occidentale.
Scilla e Cariddi: il male minore
Tra tutte le creature mitologiche, Scilla e Cariddi sono probabilmente quelle che mi hanno convinto maggiormente.
La loro rappresentazione è suggestiva.
Misteriosa.
Mai completamente mostrata.
Riesce a conservare una parte dell’inquietudine originaria.
Eppure anche qui avrei desiderato maggiore coraggio.
Nel poema non rappresentano semplicemente due mostri.
Sono il simbolo della decisione tragica.
Esistono situazioni in cui ogni scelta comporta una perdita.
È uno dei primi grandi insegnamenti politici e filosofici dell’Occidente.
Il film preferisce mostrarlo.
Spiegare la difficoltà di scegliere il male minore come si dovesse spiegare ad un pubblico di cerebrolesi.
Penelope e Calipso: due modi opposti di amare
Anne Hathaway è probabilmente una delle interpretazioni che ho apprezzato maggiormente.
La sua Penelope riesce a conservare una dignità silenziosa.
Non ha bisogno di grandi discorsi.
La sua presenza basta.
Molto diversa la mia impressione su Calipso.
Charlize Theron è magnetica.
Bellissima.
Ma privata del dialogo che considero uno dei vertici dell’intera letteratura mondiale.
Quando Calipso offre a Odisseo l’immortalità, Omero costruisce una riflessione che attraversa tremila anni di filosofia.
Odisseo rifiuta.
Non perché Penelope sia più bella.
Ma perché sceglie la propria condizione mortale.
Sceglie il tempo.
La finitezza.
Sceglie di essere uomo.
L’assenza di peso di questa scena, almeno per me, pesa enormemente.
La fotografia: Hoyte van Hoytema continua a stupire
Sul piano tecnico continuo a ritenere la fotografia il vero capolavoro del film.
Hoyte van Hoytema lavora come un pittore romantico.
Le coste ricordano Caspar David Friedrich.
Le tempeste sembrano uscite dai quadri di William Turner.
In alcuni momenti ho pensato persino ad Arnold Böcklin e alla sua Isola dei morti.
Vorrei che il paesaggio dominasse continuamente l’uomo.
E questo sarebbe stato profondamente omerico.
Paradossalmente, però, proprio quei paesaggi rimangono soprattutto immagini.
Nel poema ogni isola possiede un significato.
Ogni approdo rappresenta una trasformazione.
Qui il valore simbolico rimane molto più sfumato.
Ludwig Göransson e il Mediterraneo sonoro
Le musiche rappresentano una delle sorprese più felici.
Ludwig Göransson evita di imitare Hans Zimmer.
Sceglie invece una strada personale.
Le sonorità isopolifoniche dell’Albania meridionale, insieme all’utilizzo dello çyla dyjare, restituiscono una dimensione antica senza cadere nell’esotismo.
È una scelta intelligente.
Una delle più riuscite dell’intero progetto.
Il vero limite: l’americanizzazione del mito e lo spiegazionismo
Se dovessi riassumere il mio giudizio con una sola parola sarebbe questa.
Americanizzazione.
Non parlo dell’origine della produzione.
Parlo dello sguardo.
I personaggi ragionano spesso secondo categorie contemporanee.
La psicologia è moderna.
La morale è moderna.
Perfino alcuni riferimenti storici sembrano appartenere più ai nostri libri scolastici che alla mentalità e la consapevolezza dell’età del Bronzo.
Non credo sia un caso.
Credo sia una scelta precisa.
Ma è una scelta che mi ha continuamente allontanato dal mondo di Omero.
Un film bellissimo… ma forse con il titolo sbagliato
Alla fine mi sono chiesto una cosa.
Che film avrei visto se il protagonista non si fosse chiamato Odisseo? Se non ci fossero stati quei punti didascalicamente attinenti al alla trama dell’odissea.
Credo che mi sarebbe piaciuto molto di più.
Perché avrei assistito alla storia di un uomo perseguitato dal trauma della guerra.
Una storia intensa.
Visivamente straordinaria.
Interpretata con grande convinzione.
Ma chiamandosi The Odyssey inevitabilmente il confronto con Omero diventa inevitabile.
Ed è lì che, secondo la mia lettura, il film perde forza.
Perché non è la fedeltà che mi manca.
Mi manca il mito.
Manca il senso del sacro.
O mi manca l’aver visto il coraggio di un racconto che vuole essere realistico del mito, tramutando il soprannaturale in cosa possibile per un epoca così remota.
Mi manca quella civiltà capace di convivere naturalmente con dèi, mostri e destino senza sentire il bisogno di spiegarli continuamente.
Nolan ha cercato l’uomo dimenticando il senso del mito?
Non considero The Odyssey un brutto film.
Al contrario.
È uno dei film visivamente più belli che Nolan abbia mai realizzato.
Matt Damon costruisce un Odisseo intenso, silenzioso e credibile nel dolore.
Anne Hathaway offre una Penelope misurata e convincente.
Hoyte van Hoytema firma immagini destinate a rimanere nella memoria.
Ludwig Göransson realizza una delle colonne sonore più originali della sua carriera.
Eppure continuo ad avere la sensazione che Christopher Nolan abbia cercato l’uomo dietro l’eroe dimenticando proprio ciò che aveva reso quell’uomo un mito.
Ha sostituito l’astuzia con il trauma e l’avventatezza.
L’identità con la colpa.
Il sacro con la psicologia.
Il destino con l’autocoscienza.
È una scelta artistica coerente.
Ma è anche una scelta che cambia radicalmente il significato dell’Odissea.
Per questo esco dal cinema con un paradosso.
Ho visto un film bello.
Ma continuo a pensare che, se avesse avuto un altro titolo, probabilmente lo avrei amato molto di più.
Perché quello che ho visto non mi è sembrato davvero il viaggio di Odisseo.
Mi è sembrata la storia di un uomo moderno che cerca di sopravvivere ai propri fantasmi indossando, per qualche ora, il travestimento dell’eroe più antico della letteratura occidentale.
Francesco Cogoni
Ho intenzionalmente evitato di approfondire sulle critiche idiote della scelta del cast, son cose che lascio ai razzisti e ai misogeni da social.
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