Lo sguardo di Eva: intervista al fotografo Gianni Casti
Intervista al fotografo Gianni Casti: Ogni fotografia è accompagnata da un nome e da uno sguardo. In quasi tutti i ventotto scatti che compongono Lo sguardo di Eva, i volti delle donne ritratte guardano direttamente verso lo spettatore, trasformando l’atto del vedere in una relazione reciproca: non siamo soltanto noi a osservare l’immagine, è l’immagine stessa a interrogarci.
Curata da Roberta Vanali e ospitata dalla Fondazione Bartoli Felter, la mostra riunisce fotografie in bianco e nero e a colori, di diverse dimensioni, costruendo un percorso attraverso l’universo femminile che pone al centro l’intensità e la complessità dello sguardo. «È una questione di fiducia», spiega Casti: fotografare le donne richiede «garbo estremo, buon gusto interiore e leggerezza», per riuscire ad andare oltre filtri, certezze e insicurezze.
Nato a Cagliari nel 1973, laureato in Giurisprudenza e avvocato dal 2007, Gianni Casti affianca da molti anni alla professione forense un articolato percorso nella fotografia. Fotoreporter freelance per l’agenzia Fotogramma di Milano dal 1999, si specializza successivamente nella fotografia pubblicitaria, lavorando nei settori della moda, del food e dell’industria e pubblicando su diverse testate nazionali.
In questa intervista abbiamo parlato con lui del suo percorso, della formazione e delle influenze che hanno contribuito a definire il suo sguardo, fino alla genesi di Lo sguardo di Eva e a quella relazione delicata, fondata sulla fiducia, che si instaura tra fotografo, soggetto e spettatore.

Intervista al fotografo Gianni Casti
F.C. Il tuo percorso nella fotografia nasce dall’incontro tra esperienza personale, formazione e ricerca artistica. Quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata il tuo principale linguaggio espressivo, e quali sono state le tappe decisive di questa evoluzione?
G.C. Avevo 12 anni quando mi regalarono la mia prima Nikon FG reflex analogica. Ho fotografato di tutto nella mia vita, amavo la magia della sorpresa finale, ma diventò il mio linguaggio dai 16 anni in una lenta lunga e inesorabile progressione. A 20 anni conobbi lo stampatore industriale Bruno Caboni che mi aiutò a capire bene la regola esposimetrica e le sue applicazioni. A 27 anni cominciai a lavorare nel settore moda commerciale che fu sicuramente lo step più importante. Ho poi conosciuto professionisti nella moda e insegnanti competenti e bravi da cui ho imparato molto: Pietro Lucerni, Davide Camisasca, Lino Cianciotto, Marco Ferrone, Alessandro Galimberti per la psicologia del ritratto e Michele Piras per la post produzione.
F.C. Quali fotografi, artisti o movimenti culturali hanno maggiormente influenzato il tuo modo di osservare e rappresentare la realtà? Ci sono riferimenti che senti ancora presenti nel tuo lavoro, anche in maniera inconsapevole?
G.C. Il fotografo Peter Lindberg è la mia Bibbia, ma anche Salgado, Avedon, Patrick Demarchelier, Eolo Perfido, Caravaggio.
F.C. Che ruolo hanno avuto gli studi e la formazione nella costruzione del tuo sguardo fotografico? Quanto ritieni importante la conoscenza della tecnica e della storia della fotografia rispetto alla necessità di sviluppare una visione personale?
G.C. Vivo con il mantra che nella vita più sai meglio stai, ma anche, che non puoi sapere tutto e che comunque e sempre devi dare tutto per arrivare.

F.C. Nel tuo lavoro artistico, che rapporto esiste tra ciò che osservi e ciò che scegli di mostrare? La fotografia, per te, è soprattutto testimonianza della realtà, interpretazione soggettiva o costruzione di una nuova possibilità dello sguardo?
G.C. Io odio il chiasso, il caos e l’ovvio. Elimino tutto, anche il colore a volte, per significare quello che voglio mostrare. Lo interpreto sempre, vedo il mondo in modo diverso. Spesso mi sento una zebra a pois.
F.C. Come nasce il progetto Lo sguardo di Eva e quale riflessione ti ha portato a scegliere proprio questo titolo?
G.C. Lo Sguardo di Eva è il mio personale punto di vista sulla femminilità in categorica opposizione a quanto ormai gira sui social come rappresentazione e mercificazione della stessa.
F.C. Attraverso Lo sguardo di Eva, quale relazione cerchi di instaurare tra il soggetto fotografato, il tuo sguardo di autore e quello dello spettatore? C’è qualcosa che vorresti rimanesse nel pubblico dopo l’incontro con queste immagini, più come domanda che come risposta?
G.C. Io sono l’autore ed il responsabile nel bene e nel male dei miei scatti. Ho Massimo rispetto e considerazione dei miei soggetti. Vorrei che chi viene a visitare la mia mostra possa andare via con bellezza ed eleganza negli occhi e nel cuore.

F.C. Ricordi il momento in cui hai capito che la fotografia sarebbe diventata qualcosa di importante per te?
G.C. Quando a 27 anni mi pagarono un milione e mezzo di lire per un ritratto.
F.C. C’è un episodio, un incontro o un’esperienza che ha cambiato profondamente il tuo modo di fotografare?
G.C. Quando decisi che non avrei più fatto servizi fotografici per conto terzi e scelsi di diventare avvocato, vent’anni fa, per poi divenire un ritrattista autoriale.
F.C. Che cosa ti hanno dato gli studi che non avresti potuto imparare da autodidatta?
G.C. Mi hanno consentito di risparmiare tempo.

F.C. Quanto della tua vita personale entra nelle immagini che realizzi?
G.C. Della mia sensibilità verso il bello sicuramente tutto, della mia vita privata niente.
F.C. Quanto tempo ci è voluto per realizzare il progetto lo sguardo di eva?
G.C. In questa mostra ho messo insieme lavori di ritrattistica realizzati in 6 anni.
F.C. C’è una storia, tra quelle incontrate durante il progetto, che ti è rimasta particolarmente impressa?
G.C. Uno dei 28 ritratti che ha ottenuto un discreto successo commerciale e internazionale nasce da fortuna e intraprendenza nel saper cogliere l’attimo.
F.C. Quando fotografi una persona, che cosa cerchi prima di premere il pulsante di scatto?
G.C. Ho due mirini nel momento dello scatto, uno collegato alla mia sensibilità e uno legato ai miei occhi e quando entrambi i mirini mi danno luce verde, faccio clic.

F.C. C’è qualcosa che ancora non sei riuscito a fotografare come vorresti?
G.C. Si, mio padre e mia madre.
Francesco Cogoni.
——-> profilo Instagram di Gianni Casti
sulla mostra Gianni Casti “Lo sguardo su Eva” | ConnectivArt
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