Intervista a Lorenzo Capolupi: fotografare luoghi abbandonati
Intervista a Lorenzo Capolupi: Ci sono luoghi che sembrano aver smesso di respirare. Fabbriche silenziose, case dimenticate, ospedali svuotati dal tempo: spazi che per molti rappresentano solo rovine, ma che per altri custodiscono ancora memorie, tensioni e racconti invisibili. È proprio in questi territori sospesi tra passato e oblio che si muove l’obiettivo di Lorenzo Capolupi, fotografo capace di trasformare l’abbandono in una narrazione visiva intensa e profondamente umana.
Attraverso le sue immagini, ciò che è stato lasciato indietro torna improvvisamente a parlare. Polvere, crepe, luce filtrata dalle finestre rotte: ogni dettaglio diventa traccia di vite passate e riflessione sul tempo, sulla memoria e sul rapporto che abbiamo con ciò che scegliamo — o siamo costretti — a dimenticare.
In questa intervista abbiamo deciso di entrare nel suo sguardo, per capire cosa significhi fotografare l’assenza, cosa si nasconde dietro la fascinazione per i luoghi abbandonati e quale storia può ancora raccontare un edificio che il mondo considera ormai finito.
Oggi siamo con Lorenzo Capolupi.

Lorenzo Capolupi: Le origini di una ricerca fotografica
Ho letto su di te che tutto è iniziato quasi per gioco con l’ospedale psichiatrico di Volterra nel 2009. Ricordi il momento esatto in cui hai capito che non sarebbe rimasta una semplice curiosità?
Sì, anche se non è stato un momento plateale. È stato più un cambio di percezione. Quando sono uscito da quel luogo mi sono reso conto che non mi interessava soltanto averlo visto o fotografato. Mi era rimasto addosso. Avevo la sensazione che quegli spazi continuassero a raccontare qualcosa anche nel silenzio, anche nell’abbandono.
Da lì ho capito che non si trattava di una semplice curiosità. Era l’inizio di una ricerca. Non cercavo il luogo “spettacolare”, ma una presenza, una traccia, qualcosa che parlasse del tempo e di ciò che resta dopo il passaggio dell’uomo.
Cosa hai provato entrando per la prima volta in un luogo davvero abbandonato? Fascino, inquietudine, rispetto, paura?
Soprattutto rispetto. Il fascino arriva dopo. All’inizio c’è sempre una forma di silenzio, quasi di sospensione. Un luogo abbandonato non è mai veramente vuoto: conserva segni, oggetti, ferite, dettagli apparentemente insignificanti che però raccontano molto.
L’inquietudine esiste, certo, ma non è quella che cerco. Non mi interessa il brivido. Mi interessa capire cosa rimane di un luogo quando perde la sua funzione originaria e diventa memoria.
Fotografia analogica, lentezza e costruzione dello sguardo
Hai iniziato molto presto con l’analogico e la stampa fotografica. Cosa ti ha insegnato quella lentezza che oggi rischiamo di perdere?
L’analogico mi ha insegnato la disciplina dello sguardo. Con la pellicola non scatti tutto, non accumuli immagini senza pensarci. Ogni fotografia ha un peso, anche economico e tecnico. Questo ti obbliga a osservare prima di fotografare.
Anche la stampa è stata fondamentale. Per me la fotografia non finisce nel file. La stampa è parte integrante dell’opera, perché lì l’immagine diventa fisica, materica, definitiva. La lentezza insegna a togliere, non ad aggiungere.

Fotografare spazi abbandonati tra documentazione e memoria
Le tue fotografie sembrano sospese tra sogno e realtà. Cerchi la documentazione o la suggestione emotiva?
Parto sempre dal reale. I luoghi che fotografo esistono, o sono esistiti in quella forma. Però non mi interessa una documentazione fredda o catalogativa. La documentazione è il punto di partenza, non il punto di arrivo.
Cerco una suggestione emotiva, una soglia. Vorrei che chi guarda l’immagine non pensasse soltanto “questo luogo è abbandonato”, ma si chiedesse cosa sia accaduto lì, chi lo abbia attraversato, perché sia rimasto in quella condizione e cosa ci dica del nostro rapporto con il tempo.
Cosa ti affascina davvero dell’abbandono: il decadimento estetico o le storie invisibili che quei luoghi continuano a custodire?
Il decadimento estetico può colpire subito, ma da solo non basta. Una parete scrostata o una stanza invasa dalla natura possono essere visivamente potenti, ma il vero interesse per me è nelle storie invisibili.
Mi interessa quello che non si vede immediatamente: la vita che è passata, le funzioni perdute, gli oggetti rimasti fuori posto, le architetture che non servono più a nessuno ma continuano a esistere. L’abbandono diventa una specie di archivio emotivo.
Secondo te, i luoghi conservano una memoria?
Sì, credo che i luoghi conservino memoria. Non in senso romantico o soprannaturale, ma attraverso i segni. Un corridoio consumato, una finestra rotta, una sedia lasciata in una stanza, una scritta sul muro: sono elementi che trattengono qualcosa.
La fotografia, in questo senso, non salva il luogo fisicamente, ma può salvare una sua testimonianza. Può restituire dignità a ciò che normalmente viene ignorato, demolito o dimenticato.

Urbex oggi: tra rispetto e spettacolarizzazione
L’urbex viene spesso frainteso o romanticizzato. Per te cosa significa davvero fare esplorazione urbana?
Non amo particolarmente l’etichetta “urbex”, perché oggi è diventata spesso una categoria molto legata al contenuto veloce, alla spettacolarizzazione e alla ricerca dell’effetto. Il mio lavoro parte anche dall’esplorazione, ma non si esaurisce lì.
Per me entrare in un luogo dimenticato significa prima di tutto assumersi una responsabilità: non alterare, non forzare, non saccheggiare, non trasformare tutto in intrattenimento. Il luogo non è un set. È uno spazio che ha avuto una vita, spesso anche complessa o dolorosa.
Oggi molti fanno urbex per il contenuto virale. Pensi che si stia perdendo qualcosa dello spirito originario?
Sì, credo che si stia perdendo il silenzio. Molti luoghi vengono cercati perché “funzionano” sui social, perché producono stupore immediato. Ma la fotografia, almeno per come la intendo io, ha bisogno di tempo, attenzione e rispetto.
Il rischio è che il luogo diventi solo uno sfondo. Una scenografia per ottenere visibilità. Io invece cerco di fare il contrario: sparire il più possibile e lasciare parlare lo spazio.
La responsabilità di fotografare luoghi traumatici
Esiste una responsabilità morale nel fotografare spazi che appartengono a storie traumatiche, come ospedali psichiatrici o luoghi di sofferenza?
Assolutamente sì. Alcuni luoghi richiedono ancora più attenzione. Fotografare uno spazio legato alla sofferenza significa evitare la morbosità, evitare l’estetica del dolore fine a sé stessa.
Non bisogna trasformare il trauma in decorazione. Credo che l’unico modo corretto sia mantenere una distanza rispettosa, lavorare sulla memoria e non sulla spettacolarizzazione. La fotografia può essere uno strumento delicato, ma anche molto invasivo se usata male.

Analogico e digitale: due linguaggi diversi o due modi complementari di raccontare il tempo?
Per me sono complementari. L’analogico mi ha formato, mi ha dato un metodo, un ritmo, una certa severità nello scatto. Il digitale mi permette oggi un controllo molto preciso sull’immagine e sulla stampa fine art.
Non li vedo come due mondi in conflitto. Il punto non è lo strumento, ma la coerenza dello sguardo. La tecnologia cambia, ma ciò che conta è la qualità della visione e la capacità di trasformare un’immagine in un’opera compiuta.
Cinema, pittura e influenze visive in Lorenzo Capolupi
Le tue immagini hanno una forte componente cinematografica: ci sono fotografi, pittori o registi che hanno influenzato il tuo sguardo?
Più che un riferimento unico, credo di essere stato influenzato da molte immagini sedimentate nel tempo: la pittura, certi interni silenziosi, il cinema dove la luce diventa atmosfera e non semplice illuminazione.
Mi interessano le immagini che non spiegano tutto. Quelle che lasciano una zona d’ombra, una possibilità di interpretazione. Anche nella fotografia cerco questo: non chiudere il significato, ma aprire una porta.
Quando riguardi una tua fotografia, cosa deve esserci per considerarla davvero riuscita?
Deve esserci equilibrio tra forma e presenza. Una fotografia può essere tecnicamente corretta, ma restare muta. Per considerarla riuscita deve avere una tensione interna, qualcosa che continua a lavorare anche dopo il primo sguardo.
Mi interessa quando un’immagine non si consuma subito. Quando invita a rimanere, a cercare dettagli, a percepire il tempo dentro lo spazio.

Se i luoghi abbandonati potessero parlare, cosa pensi ci direbbero dell’essere umano?
Probabilmente ci direbbero che costruiamo molto, consumiamo molto e dimentichiamo in fretta. Ma ci direbbero anche che nulla scompare davvero senza lasciare tracce.
I luoghi abbandonati mostrano una parte molto sincera dell’essere umano: l’ambizione, il lavoro, la cura, ma anche l’incapacità di conservare, la fretta di sostituire, la tendenza a lasciare indietro ciò che non serve più.
Perché siamo attratti dalle rovine?
Viviamo in un’epoca che consuma tutto rapidamente: perché secondo te siamo così attratti dalle rovine?
Perché le rovine ci costringono a rallentare. Sono l’opposto della velocità contemporanea. Non promettono novità, efficienza o perfezione. Mostrano il tempo per quello che è: una forza lenta, inevitabile, trasformativa.
Credo che siamo attratti dalle rovine perché ci parlano della nostra stessa fragilità. Guardiamo un edificio abbandonato e, in fondo, guardiamo anche il destino di ciò che costruiamo.
Fotografare l’oblio: cosa cerca davvero Lorenzo Capolupi?
Hai mai pensato che fotografare luoghi dimenticati significhi in qualche modo salvare qualcosa dall’oblio?
Sì, anche se non credo che la fotografia possa salvare tutto. Può però trattenere una traccia. Può impedire che un luogo scompaia senza lasciare almeno una testimonianza sensibile.
Molti spazi che ho fotografato oggi non esistono più o sono stati trasformati. In quel senso l’immagine diventa una forma di memoria. Non sostituisce il luogo, ma ne conserva una presenza.
Il luogo più poetico che hai visitato?
Più che un singolo luogo, direi quelli in cui la natura ha iniziato a rientrare lentamente dentro l’architettura. Quando una casa, una serra o una fabbrica smettono di essere dominate dall’uomo e diventano qualcosa di sospeso, quasi organico.
Sono luoghi in cui non c’è più una funzione precisa, ma resta una bellezza fragile.
Un consiglio a chi vuole avvicinarsi a questi luoghi con rispetto?
Prima di tutto non cercare il trofeo. Non entrare in un luogo solo per poter dire “ci sono stato”. Bisogna informarsi, muoversi con prudenza, rispettare gli spazi, non danneggiare nulla e non portare via nulla.
E soprattutto bisogna chiedersi perché si vuole fotografare quel luogo. Se la risposta è solo “per fare contenuto”, forse è meglio fermarsi.
Cosa stai cercando davvero, quando entri in un luogo dimenticato?
Cerco una presenza. Qualcosa che non è più pienamente visibile ma continua a esistere nei segni, nella luce, negli oggetti rimasti, nell’architettura ferita.
In fondo cerco il punto in cui il luogo smette di essere solo spazio e diventa memoria.
Francesco Cogoni

Sito: https://www.lorenzocapolupi.it
Instagram: https://www.instagram.com/lorenzocapolupi/
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