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Intervista al fotografo Augusto De Luca

L’arte della fotografia è spesso un dialogo silenzioso tra realtà e immaginazione, tra luce e memoria. In questa intervista abbiamo avuto il piacere di confrontarci con Augusto De Luca, fotografo capace di trasformare dettagli urbani, architetture e volti in immagini dal forte impatto poetico e narrativo. Attraverso il suo sguardo, esploriamo il percorso artistico, le influenze e la visione di un autore che ha saputo costruire un linguaggio fotografico personale e riconoscibile, lasciando un segno nel panorama della fotografia contemporanea.

Intervista al fotografo Augusto De Luca: Origini e visione artistica

F.C. Quando e come nasce la tua ricerca artistica?

A.D.L. La mia ricerca artistica  nasce dal desiderio di esprimermi e dalla passione per la fotografia. Fin dai primi scatti, è nata in me una curiosità insaziabile nel catturare non solo l’immagine, ma l’anima nascosta dietro ogni cosa, ogni scena, ogni volto e ogni architettura. La mia ricerca prende vita in quegli attimi sospesi in cui la realtà si fonde con la poesia visiva, trasformando un semplice clic in un viaggio emozionale. Negli anni ’70, periodo cruciale per il mio sviluppo artistico, iniziai a sperimentare con tecniche innovative e approcci non convenzionali, mettendo sempre al centro la narrazione visiva.

Il mio occhio si soffermava su dettagli spesso trascurati, rivelando mondi interiori e atmosfere cariche di significato. Da quel momento, la mia fotografia diventa strumento di espressione autentica e di introspezione, con l’intento di dialogare con lo spettatore in modo diretto e coinvolgente. In sintesi, la mia ricerca artistica nasce dall’incontro tra tecnica e sensibilità, tra realtà e immaginazione, dando vita a un percorso personale che continua a evolversi con lo stesso entusiasmo del primo scatto.

Ho sempre avuto dentro di me il germe dell’uomo madre: la creatività mi ha sempre accompagnato. Ho cercato sempre di esprimermi con uno stile ben preciso ma attraverso tutti i materiali e i formati fotografici perché desidero scoprire come la mia creatività si manifesta nelle diverse circostanze. Mi sento un navigatore, o meglio, un esploratore dell’immenso universo dell’arte. L’artista è uno scopritore, cerca le chiavi per aprire la porta delle emozioni e delle sensazioni e l’arte è il luogo dove razionalità, fantasia, verità e finzione si sposano creando una miscela esplosiva.

Influenze nel percorso fotografico di Augusto De Luca

F.C. Chi o cosa ha influenzato maggiormente il tuo percorso di ricerca? 

A.D.L. Il mio percorso di ricerca è stato profondamente influenzato da una combinazione di elementi artistici, culturali e personali che hanno plasmato la mia visione. Una delle influenze più potenti sul mio lavoro è stata sicuramente la città di Napoli, il mio luogo natale. Le strade vibranti, i volti intensi e le atmosfere cariche di storia e cultura hanno rappresentato per me una fonte inesauribile di ispirazione. La luce mediterranea, i contrasti tra antico e moderno, e la ricchezza umana sono diventati, anche se talvolta non in maniera esplicita, soggetti centrali delle mie fotografie. Inoltre, la mia profonda curiosità mi ha spinto a sperimentare tecniche innovative, combinando tradizione e innovazione. In sintesi, l’incontro tra la mia terra e la mia sensibilità artistica hanno guidato il mio cammino. L’unico mio intento comunque è quello di far emozionare e di far riflettere chi osserva le mie opere.

F.C. Ti senti più vicino a una tradizione fotografica documentaria o a una ricerca concettuale?

A.D.L. Cerco di catturare l’essenza nascosta delle città e dei volti, questo mi colloca con forza all’interno di una tradizione fotografica documentaria piuttosto che in una pura ricerca concettuale, ma i miei lavori sono anche un viaggio visivo attraverso le strade, gli angoli meno noti e i dettagli apparentemente insignificanti della realtà quotidiana: cercano di narrare storie inedite e vite silenziose.

Il mio intento non è quello di scattare immagini ma di documentare frammenti di tempo e spazio, imprimendo alle fotografie anche una dimensione metafisica e talvolta simbolica  che parla direttamente all’osservatore.


Quindi il mio approccio documentaristico non esclude una profonda riflessione estetica ed emotiva: ogni scatto è costruito con una sensibilità che trascende il semplice racconto visivo, avvicinandosi a una sorta di poesia visiva. Ma è proprio nella fedeltà al reale, nella capacità di narrare ciò che si vede senza sovrastrutture, ma solo con la qualità del taglio dell’immagine e del punto di ripresa che si trova la forza più autentica. La fotografia diventa così testimonianza e memoria, uno specchio che riflette con intensità me e il soggetto.

Napoli e costruzione dell’immaginario – “Napoli Grande Signora”

F.C. In “Napoli Grande Signora” la città appare distante dagli stereotipi più comuni. È una scelta estetica o una presa di posizione culturale?

A.D.L. Il libro “Napoli Grande Signora”,  offre uno sguardo che va oltre le consuete rappresentazioni stereotipate della città. La Napoli che emerge dalle fotografie non è quella delle cartoline banali o delle narrazioni melodrammatiche, ma una signora elegante e complessa, ricca di sfumature inaspettate. Questa visione non è frutto solo di una scelta estetica, ma rappresenta una vera e propria presa di posizione culturale. Ho cercato di restituire dignità a una città spesso ridotta a cliché.

Attraverso immagini che catturano la bellezza nascosta nei dettagli più minuti, è una sfida per chi guarda a riflettere su una Napoli piena di storia, vibrante, ma anche moderna. Il mio libro diventa così un invito a superare pregiudizi radicati nel tempo, proponendo una narrazione nuova che onora la storia, la cultura e l’anima profonda di questa metropoli unica. In definitiva, “Napoli Grande Signora” è un manifesto visivo che afferma con forza l’identità di Napoli, invitandoci a guardarla con occhi diversi, non come semplice spettatori, ma come testimoni di una realtà ricca e sorprendente.

L’architettura nella fotografia di Augusto De Luca

F.C. Quanto incide l’architettura nella costruzione dell’identità visiva della città nei tuoi scatti?

A.D.L. L’architettura non è solo la struttura fisica delle città, ma il cuore pulsante della loro identità visiva.  Io cerco di catturare l’anima di ogni edificio e monumento, trasformando muri, colonne e cupole in silenziosi narratori di storie urbane. La mia fotocamera  non si limita a immortalare pietre e mattoni, ma penetra nel tempo e nello spazio, mettendo in luce le forme, le linee che definiscono l’essenza stessa della città. Ogni fotografia diventa così un viaggio emozionale attraverso le architetture che hanno plasmato la vita e la cultura di quel luogo, svelando dettagli spesso inosservati che evocano memoria, appartenenza e orgoglio. L’architettura diventa simbolo di identità collettiva, un linguaggio visivo che racconta chi siamo e da dove veniamo. In questo modo invito a guardare le città con occhi nuovi, riconoscendo nell’architettura non solo arte e tecnica, ma il volto stesso della nostra identità urbana.

A.D.L. Devo dire che moltissime soddisfazioni le ho avute anche con la pubblicazione del libro “Roma Nostra” commissionatomi dalla TAV (Treno Alta Velocità), per la Gangemi Editore. Con un chiaro riferimento al magico ed al metafisico, matrici che accompagnano tutti i miei lavori, l’intento è stato di proporre una Roma senza tempo, classica e moderna, antica e futura, oltre le mode e gli imperi che l’hanno attraversata dei quali oggi restano solo i segni. Roma non appartiene a nessun tempo.

Ho sottolineato ulteriormente la sua totale autonomia e sospensione ritraendola completamente deserta, imprigionata da lunghe icone orizzontali, come il palcoscenico di un teatro dove si recita ogni giorno la vita di cui si intravede solo il riverbero e dove regna sovrano il silenzio.

Il libro ha la prefazione di Lina Wertmuller ed è impreziosito anche da interventi di illustri romani per citarne solo alcuni: Alberto Sordi, Maurizio Costanzo, Paolo Portoghesi, Monica Vitti, Gigi Proietti, Virna Lisi, Nino Manfredi, lo stilista Valentino e tra questi anche Ennio Morricone che partecipò al progetto con una poesia su Roma. Dopo la pubblicazione e la mostra delle foto al Palazzo Braschi Museo di Roma, inaspettatamente l’editore mi telefonò dicendomi che volevano darmi il premio “Città di Roma” 1996 per le fotografie pubblicate nel libro e che insieme a me lo avrebbe ricevuto anche Ennio Morricone per il suo scritto. Ricevere quel premio in compagnia di un vero mito credo sia stato uno dei momenti più belli della mia carriera.

Partita a Golf nelle buche stradali di Napoli

F.C. Questa performance trasforma il degrado urbano in gesto ironico. Dove si colloca il confine tra denuncia e gioco?

A.D.L. Da un lato è gioco: il gesto è leggero, quasi assurdo, richiama il tempo libero, lo sport borghese, l’ironia di chi si adatta creativamente all’ambiente. Io non mi limito a denunciare, ma ri-significo lo spazio urbano trasformandolo in un campo da golf improvvisato.

Dall’altro lato è denuncia: quelle buche non sono scenografia neutra, ma segni concreti di incuria, inefficienza e degrado urbano. Usarle come “buche” da golf rende visibile ciò che spesso viene ignorato, amplificando il disagio attraverso il paradosso. Il punto chiave è che non separo mai questi due registri. Il gioco diventa uno strumento critico, mentre la denuncia evita di essere retorica proprio grazie all’ironia. In questo senso, il confine si colloca non tra denuncia o gioco, ma nel loro cortocircuito.

È lì che lo spettatore viene coinvolto ride, ma subito dopo riconosce il problema. E proprio questa oscillazione tra leggerezza e disagio che rende la performance efficace.

Arte fotografica e Ironia

F.C. L’ironia è per te uno strumento critico o una forma di protezione?

A.D.L. L’ironia nella “Partita a golf nelle buche stradali” è difficilmente riducibile a una sola funzione, è insieme strumento critico e forma di protezione, ma non in modo simmetrico. Come strumento critico, l’ironia è ciò che attiva davvero la performance.

Il gesto assurdo, giocare a golf nelle buche stradali, produce uno scarto percettivo che rende evidente il problema urbano senza bisogno di dichiarazioni esplicite. È un meccanismo tipico di molte pratiche vicine all’ arte concettuale e alla performance art: invece di spiegare, si mostra una contraddizione e si lascia allo spettatore il compito di coglierla. L’ironia, qui, non attenua la critica, la rende più incisiva. Ma è anche una forma di protezione, in almeno due sensi.

Da un lato, protegge il performer dal rischio di una denuncia troppo diretta o didascalica: l’umorismo introduce distanza, evita il moralismo. Dall’altro, protegge anche lo spettatore, che può entrare nel lavoro senza sentirsi immediatamente accusato o oppresso dal tema del degrado. Il punto decisivo è che queste due funzioni non si escludono, l’ironia protegge proprio perché disarma, e disarma proprio perché fa pensare. Se fosse solo protezione, la performance perderebbe mordente, se fosse solo critica, rischierebbe di diventare rigida o prevedibile. Invece, l’ironia è un dispositivo che copre e scopre allo stesso tempo, cioè: attenua la superficie, ma affila il significato.

Fotografo Augusto De Luca: Il Cacciatore di Graffiti

F.C. Questo progetto nasce da un’urgenza estetica o da una riflessione sociale?

A.D.L. Nel 2005, dopo aver trascorso alcuni anni a Roma, tornato a Napoli, mi accorsi che sui muri della città c’erano tanti disegni colorati su carta che mi ricordavano le opere di Haring, Cutrone e Scharf. Ne fui subito colpito, anche se ancora non sapevo nulla di Street Art.

Cominciai a raccoglierli perché mi piacevano e perché in questo modo sapevo di poterli preservare dall’usura che li avrebbe rovinati. Da quel momento con mia moglie Nataliya prendemmo l’abitudine di andare “a caccia” in giro per la città muniti di uno scaletto. Poi, venne a casa mia Luca Borriello dell’Osservatorio Nazionale sul Writing e rimase sorpreso dalla inusuale collezione; ne parlò con una giornalista del ”il Mattino” che si innamorò della storia e inaspettatamente mi ritrovai pubblicato in un articolo tutta pagina a cinque colonne intitolato “il Cacciatore di Graffiti” 

Comunque, accumulai un bel po’ di materiale tra foto e video con cui avevo documentato le mie azioni e mi venne l’idea di pubblicare tutto con internet su varie pagine, siti, e blog. Pensai di dare un seguito a questa storia, sfruttandola per valorizzare la Street Art; portandola proprio con internet nella casa di tutti, cercando di incuriosire la gente che vedendomi su di uno scaletto in strada mentre staccavo i graffiti sicuramente rimaneva colpita; così chi non conosceva questa forma d’arte in questo modo imparava a riconoscerla e ad amarla. L’operazione diventava popolare. All’inizio mi sono beccato molte accuse da parte dei writers all’oscuro della natura dell’ esperimento. Poiché in quel periodo, lo Stato contrastava gli street artists con pesanti pene per chi “imbrattava i muri”.

La mia performance che invece esaltava quell’arte, diventò l’unica risposta che questi artisti potessero dare alle istituzioni. Questa operazione nasceva con un dissenso iniziale e il dissenso spesso è più importante del consenso perché fa discutere: è questa la provocazione. La discussione genera il passa parola e ciò fa si che la gente parli di Street Art.

fotografare la Street Art

La Street Art è vera e propria arte, tutti devono conoscerla ed apprezzarla. Per quanto riguarda i pezzi della collezione: ho sempre dichiarato che sono a disposizione di qualsiasi ente in grado di assicurare e garantire la loro conservazione e custodia. “La gente vedendo che stacco i graffiti su carta dai muri, s’incuriosisce: é questo che voglio. I graffiti vanno valorizzati, é importante che se ne parli, provocare serve a questo”…Questo era il mio slogan, anzi…quello del Cacciatore di Graffiti.
La performance provocatoria del Cacciatore di Graffiti è un viaggio nel cuore della street art, una forma d’arte spesso fraintesa e sottovalutata. Io non mi limito a raccogliere semplici stickers di carta sparsi per la città: il mio gesto diventa un atto di recupero culturale, un modo per dare voce ai messaggi nascosti tra i muri urbani.

Ma la vera magia avviene quando questi frammenti di strada vengono raccontati e mostrati online. Grazie a internet, la performance si espande oltre i confini fisici, raggiungendo un pubblico vasto e variegato. Ogni sticker diventa protagonista di un’esposizione digitale, dove la storia dietro il segno grafico viene svelata, il significato decodificato e la bellezza nascosta messa in luce. È un processo di educazione visuale, che sfida pregiudizi e invita lo spettatore a guardare la street art con occhi nuovi, più attenti e rispettosi.

In questo modo, il Cacciatore di Graffiti diventa un ponte tra l’arte urbana e la società, un ambasciatore che insegna cos’è davvero la street art:  espressione libera, linguaggio popolare e forma d’arte contemporanea. La mia performance coinvolge, provoca e soprattutto fa riflettere, aprendo un dialogo autentico sulla cultura urbana e il ruolo dell’arte nella vita quotidiana. Una celebrazione della creatività che sfida le regole e invita a riscoprire la città sotto una luce completamente nuova.

Corpo e rappresentazione: i nudi nella fotografia di Augusto De Luca

F.C. I tuoi nudi sembrano più costruzioni formali che rappresentazioni erotiche. È una scelta consapevole di neutralizzazione del corpo?

A.D.L. Sì, è molto plausibile leggere i miei nudi come una scelta consapevole di “neutralizzazione” del corpo, ma il termine va inteso con attenzione: più che negare il corpo, cerco di  ricodificarlo. Nei miei lavori il corpo umano perde spesso la funzione narrativa o erotica tradizionale e diventa struttura visiva, quasi un elemento architettonico. Linee, curve, contrasti di luce e ombra prevalgono sulla dimensione sensuale.

Questo approccio richiama una sensibilità vicina al formalismo. Il soggetto non è il corpo in quanto tale, ma la forma che il corpo produce nello spazio.

La carica erotica non è del tutto assente, ma sospesa e controllata. Il corpo viene trattato come materia plastica, simile a una scultura. L’identità individuale del soggetto spesso si dissolve, lasciando spazio a una astrazione quasi geometrica. Più che neutralizzazione totale, si potrebbe parlare di trasfigurazione, il corpo non è censurato, ma elevato a linguaggio visivo puro. Questo lo distingue da una fotografia di nudo più esplicitamente sensuale o narrativa, avvicinandolo invece a una tradizione che include influenze della scultura classica e della fotografia modernista.

Intervista al fotografo Augusto de Luca: I Ritratti

F.C. Nei tuoi ritratti emerge una forte regia. Quanto spazio lasci all’imprevisto del soggetto Il ritratto, per te, è più psicologico o formale?

A.D.L. Nei miei ritratti la “regia” è chiaramente dominante, ma non elimina del tutto l’imprevisto, lo incanala. Cerco di costruire l’immagine con grande controllo: luce, inquadratura, posa, sfondo, creando una sorta di palcoscenico visivo molto preciso. In questo senso, lo spazio lasciato al soggetto non è quello dell’espressione spontanea o narrativa, ma piuttosto quello di una presenza calibrata, piccoli scarti, minime variazioni nello sguardo o nella tensione del corpo diventano significativi proprio perché inseriti in una struttura così rigorosa.

Quanto alla natura del ritratto, direi che è più formale che psicologico, ma non privo di dimensione interiore. La psicologia non emerge attraverso gesti o storytelling, bensì attraverso la sottrazione (pochi elementi, essenzialità), la fissità e una certa sospensione emotiva. Il risultato è un ritratto che non “racconta” apertamente la persona, ma la cristallizza in un’immagine quasi iconica. L’individuo diventa segno, forma, presenza. Tuttavia, proprio questa riduzione può generare una forma diversa di introspezione, non empatica o narrativa, ma enigmatica, quasi distante e perciò, forse…più profonda.

F.C. Esiste un elemento ricorrente che consideri essenziale per un ritratto riuscito?

A.D.L. Si, mi deve piacere, provocandomi una particolare sensazione di soddisfazione e appagamento interiore per aver creato qualcosa che prima era solo abbozzata nelle mia mente…è una sorta di miracolo… Spesso questo mi accade anche subito dopo lo scatto, quello “buono”, quello decisivo.

Sperimentazione e linguaggio: Il colore

F.C. Nel lavoro a colori, prevale più l’elemento narrativo o strutturale?

A.D.L. Nel lavoro a colori prevale nettamente l’elemento strutturale su quello narrativo. Il colore non è usato per “raccontare” una scena o arricchirla di dettagli emotivi, ma per organizzare lo spazio visivo, quasi come farebbe una linea o una forma. Spesso il colore nei miei scatti è: selettivo e controllato, mai ridondante, usato per creare contrasti netti o campiture compatte, funzionale a rafforzare equilibri geometrici e ritmi compositivi. In questo senso, aggiunge significato quando rimane coerente con questa logica: diventa un elemento che costruisce l’immagine, non che la descrive. Il rischio di dispersione esiste, perché il colore, per sua natura, introduce complessità e può attirare l’attenzione in modo meno disciplinato rispetto al bianco e nero, ma io cerco di evitarlo proprio attraverso un controllo rigoroso. Quando il colore compare, è già “filtrato”, quasi astratto.

F.C. Il colore in genere aggiunge significato o rischia di disperderlo?

A.D.L. Il colore, aggiunge, ma solo entro una grammatica molto precisa, quindi non disperde il significato,
a patto che resti subordinato alla struttura. E nei miei lavori migliori, il colore non amplia il racconto: rafforza la forma.

Instant Kodak, Polaroid SX-70 e manipolazioni

F.C. Cosa ti ha spinto verso l’istantaneità in un percorso apparentemente così controllato?

A.D.L. La Kodak iniziò la produzione di pellicole autosviluppanti denominate Instant Kodak, che a differenza delle quadrate Polaroid, erano di forma rettangolare; l’immagine sulla superficie, infatti, misurava 9 x 6,8 cm. Alla fine degli anni ’70, Giuseppe Alario, Direttore Kodak per il mezzogiorno d’Italia, avendo visto i miei lavori a colori, mi chiese di realizzare una ricerca fotografica su queste pellicole per pubblicizzare il materiale.

Accettai la sfida e, con questa fotocamera economica in plastica, la Kodak EK2 che all’epoca costava solo 25 mila lire, mi cimentati in questa impresa colossale. Le istantanee che ho realizzato sono frutto di varie manipolazioni ed esposizioni sulla stessa pellicola a sviluppo immediato che io per la prima volta sono riuscito ad ottenere studiando approfonditamente la fotocamera ed il materiale. Nessun altro fotografo ha mai realizzato con la fotocamera Kodak Instant a sviluppo immediato una ricerca fotografica, quindi questo mio lavoro rimarrà per sempre nella storia della Kodak e dei suoi prodotti e di questo ne sono molto lusingato.


Per quanto riguarda le Polaroid: Ai ‘Rencontres Internationales de la Photographies’ di Arles, in Francia, conobbi Barbara Hitchcock, Direttrice degli affari culturali della Polaroid Corporation a Waltham, Massachusetts, che si occupava dell’acquisizione di fotografie artistiche per la Polaroid Collection in America. Barbara mi chiese di realizzare delle immagini su polaroid SX-70 per la loro collezione e mi inviò del materiale per iniziare il lavoro.

Anche questa era una grande sfida, così mi misi subito all’opera. Sfruttando la forte saturazione cromatica di questo prodotto, che certo non favoriva le sfumature, decisi di realizzare delle foto che ricordassero dei fumetti. Come protagoniste delle mie immagini allora mi servii delle ombre.
L’idea era di far vivere loro una propria vita, totalmente indipendente dall’oggetto o dal soggetto che le proiettava. Il lavoro piacque moltissimo e fu preso per la raccolta americana.

Utilizzavo una Polaroid Land Camera Supercolor 1000, singolo scatto, unica ripresa. Qualcuna di queste polaroid è conservata nelle collezioni dell’International Polaroid Collection, USA, della Bibliothèque Nationale, Parigi, del Musée de la Photographie, Charleroi, della Fondazione Lanfranco Colombo, Milano.

L’errore della fotografia

F.C. L’errore nell’istantaneo è qualcosa da evitare o da cercare?

A.D.L. L’errore è da cercare e valorizzare…

F.C. La manipolazione della Polaroid per te è più vicina alla pittura o alla fotografia?

A.D.L. Poiché mi rimase tantissimo materiale polaroid, cominciai ad utilizzarlo sfruttando la possibilità di manipolare le foto. Le polaroid infatti, nell’interno avevano una sostanza pastoso che sviluppava l’immagine che poi appariva sulla parte anteriore, quella lucida della piccola fotografia quadrata. Questa pasta si induriva completamente solo dopo alcune ore. quindi utilizzando uno stecchino di legno e spingendo sulla fotografia si ottenevano dei segni simili a pennellate. La polaroid quindi appariva come una via di mezzo tra una fotografia e una pittura. Allora, ad ogni evento e in ogni occasione, realizzavo dei piccoli ritratti ad artisti, addetti ai lavori, ecc. che firmavo e regalavo. 

Augusto De Luca riflessione sulla fotografia contemporanea

F.C. C’è qualcosa che, pur vedendola, non sei mai riuscito a fotografare?

A.D.L. Credo di aver fotografato tutto quello che desideravo fotografare…mi manca però solo un ritratto: quello al Papa. Chissà !

F.C. Qual è stato il limite più difficile da superare nella tua ricerca?

A.D.L. Nelle ricerche non ci sono limiti, o meglio, il limite e l’inizio ed è un limite relativo perché almeno a me succede che la “nuova” ricerca si presenta all’improvviso quando meno l’aspetti, come ad esempio è successo con Armageddon, il mio ultimo progetto fotografico sui conflitti mondiali.

F.C. Oggi, in un contesto dominato dalla sovrapproduzione visiva, cosa significa fare fotografia?
       E che ruolo attribuisci all’autore nell’epoca delle immagini generate artificialmente?

A.D.L. La verità? Se devo essere sincero, sono pessimista per il fotografo diciamo tradizionale. C’è una “fotografa” portoghese, non faccio il nome ma credo che sia già abbastanza famosa o lo sarà certamente tra poco, che con l’intelligenza artificiale produce foto-immagini di ogni genere, perfino di street photography  di altissima qualità e livello…foto mozzafiato. Non ho altro da dire, ho detto tutto.
Come scrisse Alessandro Manzoni: “Ai posteri l’ardua sentenza”.

Francesco Cogoni

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