Arnulf Rainer e l’Übermalung
Quando mi trovo davanti a un’opera di Arnulf Rainer, ho sempre la sensazione di essere arrivato dopo qualcosa. Come se il quadro avesse già vissuto, sofferto, reagito, e io potessi solo leggerne le cicatrici. Ed è forse proprio questo il punto: Rainer secondo me non dipinge per mostrare, ma per coprire. Non per aggiungere, ma per negare. Un gesto radicale che, a dispetto dell’apparente violenza, è tra i più lucidi e filosoficamente consapevoli del Novecento europeo.

Arnulf Rainer: Una vita controcorrente
Arnulf Rainer nasce nel 1929 a Baden, in Austria. Un dettaglio non secondario: cresce in un’Europa ferita, attraversata dal trauma della guerra e dalla necessità, quasi disperata, di reinventare il linguaggio dell’arte. È in gran parte autodidatta, e questo lo si percepisce subito: Rainer non cerca l’eleganza accademica né l’armonia formale. Cerca lo scontro.
Negli anni Cinquanta entra in contatto con il Surrealismo e con l’Informale, ma non vi aderisce mai del tutto. È come se ogni movimento fosse per lui una tappa provvisoria, un materiale da usare e poi sabotare. Rainer non è un artista “di accademia”: è un artista di frizione.

La tecnica dell’Übermalung: dipingere contro
Il termine che più di ogni altro definisce il suo lavoro è Übermalung, letteralmente “sovradipintura”. Rainer prende immagini preesistenti — fotografie, incisioni, disegni propri o altrui — e le ricopre con segni gestuali, croci, masse nere, raschiature, cancellazioni ossessive.
Ma attenzione: non è distruzione gratuita. La sovradipintura non annulla l’immagine, la mette in crisi. È un atto dialettico: l’immagine resiste sotto la superficie, come un ricordo che non vuole sparire. In questo senso, Rainer lavora sul confine tra visibile e invisibile, tra presenza e rimozione.
Dal punto di vista tecnico, il gesto è spesso rapido, quasi compulsivo, ma mai casuale. Il corpo entra nel quadro come strumento primario: dipingere diventa un’azione fisica, talvolta estenuante, che ricorda più una lotta che una composizione.

Un’arte profondamente filosofica
Da studioso dell’arte, trovo impossibile leggere Rainer senza chiamare in causa la filosofia dell’esistenza. La sua opera dialoga apertamente con il pensiero di Nietzsche, con l’idea di negazione come atto creativo, ma anche con una visione quasi mistica del dolore.
Rainer affronta temi come:
- la morte
- il corpo come luogo di conflitto
- la perdita dell’identità
- il limite della rappresentazione
La sua pittura non consola, non spiega, non pacifica. È un’arte che interroga, spesso in modo scomodo. In questo senso, è profondamente anti-decorativa e anti-consumistica: non chiede di essere appesa, chiede di essere affrontata.

L’autoritratto: il volto come campo di battaglia
Uno dei capitoli più intensi del lavoro di Rainer è quello degli autoritrattti sovradipinti. Qui il discorso si fa quasi brutale. Rainer utilizza fotografie del proprio volto — spesso in pose estreme, alterate, sofferenti — e le aggredisce pittoricamente.
Il volto non è più identità, ma superficie. Non rappresenta il “sé”, bensì la sua dissoluzione. Occhi cancellati, bocche sbarrate, tratti deformati: l’autoritratto diventa una negazione dell’ego artistico, una critica feroce all’idea romantica dell’artista-genio.
Eppure, paradossalmente, è proprio in questa auto-negazione che Rainer è più sincero. Il suo volto non chiede empatia, chiede consapevolezza: siamo corpo prima che immagine, e il corpo è fragile, instabile, temporaneo.

Arnulf Rainer: Sperimentazione e stati limite
Rainer ha spesso lavorato in condizioni fisiche e psichiche estreme: privazione del sonno, stati di trance, concentrazione ossessiva, in questo ricorda il metodo paranoico-critico sviluppato da Dalì negli anni ’30. Rainer non lo fa per mitizzare l’artista maledetto, ma per esplorare i limiti della percezione e del controllo.
La sperimentazione non è mai solo tecnica, ma esistenziale. Disegni, pitture, fotografie, incisioni: ogni mezzo è valido, purché permetta di mettere in discussione l’atto stesso del fare arte. In questo, Rainer anticipa molte pratiche performative e concettuali degli anni successivi.

Influenze ed eredità artistica
Rainer a mio avviso dialoga idealmente con:
- Goya, per la visione tragica dell’uomo
- Francis Bacon, per la deformazione del corpo
- L’Informale europeo, per la centralità del gesto e dell”‘Io”
- L’Action Painting, ma senza la sua retorica eroica
La sua eredità è evidente in molta arte contemporanea che lavora su cancellazione, trauma, archivio e identità: da certa pittura neo-espressionista fino a pratiche concettuali che usano l’immagine come campo di conflitto.
Ma soprattutto, Rainer lascia un messaggio scomodo e attualissimo: l’arte non deve per forza piacere. Deve essere necessaria.

Arnulf Rainer un artista difficilmente accessibile
Arnulf Rainer non è un artista che si “capisce” facilmente. E meno male. Il suo lavoro ci ricorda che l’arte può ancora essere un luogo di attrito, di disagio produttivo, di pensiero incarnato. Ogni sua opera è una ferita che non si chiude, un’immagine che resiste alla semplificazione.
E forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno proprio di questo: non di nuove immagini, ma di qualcuno che abbia il coraggio di metterle in discussione.
Francesco Cogoni.

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