Marilena Pitturru: il peso dell’ombra
Corpi sospesi, ombre colorate e identità negate. Nell’installazione di Marilena Pitturru, esposta alla galleria Spazio e Movimento, la condizione femminile prende forma attraverso una contraddizione: la leggerezza di ciò che è imprigionato.

Donne sospese tra oppressione e libertà
Una moltitudine di figure femminili realizzate con plastica recuperata, modellata e dipinta, pende dal soffitto della galleria Spazio e Movimento. I corpi, trasparenti e colorati, sembrano danzare nell’aria, leggeri come foglie ancora attaccate al ramo, sul punto di lasciarsi trasportare dal vento. Eppure, osservandoli attentamente, emerge una realtà meno rassicurante: quelle donne sono impiccate.
È proprio questa contraddizione a rendere interessante l’installazione di Marilena Pitturru. Le figure sembrano libere mentre sono trattenute da fili sottilissimi, quasi invisibili. La loro leggerezza non cancella la violenza, ma la rende più ambigua, evocando una condizione femminile nella quale le costrizioni non assumono necessariamente la forma di catene, ma quella di aspettative sociali, convenzioni e ruoli prestabiliti.
Una riflessione che richiama Simone de Beauvoir, secondo cui l’identità femminile è stata storicamente costruita attraverso lo sguardo e le definizioni altrui. La donna diventa così l’Altro, costretta a riconoscersi in un’immagine che non ha scelto.
L’ombra colorata: un’identità oltre il corpo
Uno degli aspetti più suggestivi dell’opera è il rapporto tra i corpi e le ombre proiettate sulle pareti. Attraversando la plastica traslucida, la luce genera ombre colorate, talvolta più grandi e riconoscibili delle figure stesse.
Tradizionalmente associata all’oscurità e all’assenza, l’ombra diventa qui una presenza viva, quasi un’identità alternativa. Il corpo rimane sospeso, mentre la sua immagine sembra espandersi nello spazio.
Ma quale delle due rappresenta davvero la donna? Il corpo materiale o l’immagine attraverso cui viene percepita?
Il rapporto ricorda le Siluetas di Ana Mendieta, nelle quali il corpo femminile, pur assente, continua a esistere attraverso la propria traccia. Se Mendieta lascia che il corpo scompaia, Pitturru lo conserva, affidando alla luce il compito di moltiplicarne la presenza.
Eppure, anche l’ombra apparentemente libera dipende dal corpo, dalla luce e dalla parete. Quella che sembra un’emancipazione potrebbe essere soltanto una diversa forma di dipendenza.

Il corpo femminile tra rappresentazione e controllo
La plastica recuperata introduce un’ulteriore riflessione. Un materiale industriale, modellabile e destinato al consumo, viene trasformato in una moltitudine di corpi femminili. È difficile non cogliere un possibile riferimento alla mercificazione della donna, alla sua riduzione a immagine e alla continua necessità di conformarsi a modelli imposti.
La filosofa Judith Butler ha mostrato come l’identità di genere si costruisca anche attraverso la ripetizione di norme sociali. In questa prospettiva, i fili di Pitturru potrebbero rappresentare proprio quelle convenzioni che sostengono l’identità mentre ne limitano le possibilità.
Anche Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, rifletteva sulla necessità per le donne di conquistare uno spazio materiale e intellettuale autonomo. Le figure di Pitturru, invece, occupano uno spazio senza possederlo: sono visibili, ma non possono scegliere dove andare.
La loro condizione ricorda inoltre un paradosso della società contemporanea: la libertà può essere celebrata esteriormente mentre continuano a esistere forme di controllo meno evidenti, spesso interiorizzate da chi le subisce.

La leggerezza della condanna
La forza dell’installazione risiede soprattutto nella sua ambiguità. I colori vivaci, le trasparenze e la delicatezza delle figure producono un’immagine quasi giocosa, in evidente contrasto con la violenza dell’impiccagione.
Ma proprio questa apparente innocenza solleva una domanda: quante forme di oppressione sopravvivono perché non vengono più riconosciute come tali?
La riflessione può richiamare anche Hélène Cixous, che ne Il riso della Medusa rivendicava la necessità per le donne di esprimersi attraverso un linguaggio proprio, sottraendosi alle rappresentazioni costruite da altri.
Rimane tuttavia un dubbio: liberarsi da un vincolo significa necessariamente diventare liberi? Le figure di Pitturru ricordano foglie pronte a staccarsi dal ramo, ma anche una foglia che cade continua a essere governata da forze esterne.
Forse è proprio qui che l’opera supera la semplice denuncia della condizione femminile. Non basta spezzare il filo se non si può scegliere la propria direzione.
Le donne di Pitturru sembrano attendere il momento in cui qualcosa si spezzerà. Ma la vera libertà non consiste semplicemente nel cadere: consiste nel poter decidere dove andare.ente scegliere dove andare.
Francesco Cogoni
Nota editoriale: i collegamenti con Beauvoir, Butler, Woolf, Cixous, Irigaray, Atwood e Mendieta sono interpretazioni critiche dell’installazione, non dichiarazioni attribuite all’artista.
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