Backrooms: capolavoro mancato?
Il nuovo film delle Backrooms potrebbe essere un capolavoro mancato? Trauma, inconscio e il terrore del vuoto nel film di Kane Parsons.
Entrato in sala eravamo in 4 di cui un minore accompagnato dalla madre, un duo che ovviamente al primo sangue ha abbandonato la sala.

Perché le Backrooms sono il mio horror preferito
Esistono horror che puntano tutto sul sangue, altri sul jumpscare, altri ancora sulla costruzione narrativa di un mistero. Poi esiste qualcosa di molto più raro: un orrore che non sembra nemmeno voler spaventare, ma insinuarsi lentamente dentro di te fino a trasformarsi in un pensiero persistente. Le Backrooms, almeno per me, appartengono a questa categoria.
Non è un caso se considero quello delle Backrooms il mio genere horror preferito. E non lo dico nel senso superficiale del termine, quello del “mi piace perché inquieta”. Mi piace perché è un’idea che sembra arrivare direttamente da qualcosa che già conoscevo senza sapere di conoscerlo. La prima volta che vidi quell’immagine — il celebre ufficio giallognolo, illuminato da neon malati, moquette umida e pareti prive di identità — ebbi una sensazione stranissima: non sembrava un posto nuovo. Sembrava un ricordo.
Ed è probabilmente qui che risiede la loro forza più profonda.
Le Backrooms non sono semplicemente luoghi horror. Sono spazi liminali trasformati in esperienza psicologica. Corridoi che sembrano appartenere contemporaneamente a un edificio commerciale, a un vecchio centro uffici, a una scuola, a un albergo, a un seminterrato dimenticato e a un sogno disturbante che non ricordavi più di aver fatto. Sono il confine tra luoghi che dovrebbero avere una funzione e luoghi che quella funzione l’hanno persa, lasciando soltanto un’eco.
Forse è anche per questo che l’annuncio del nuovo film delle Backrooms diretto da Kane Parsons mi ha immediatamente catturato.

Chi è Kane Parsons e perché la sua storia è quasi assurda
Quando si parla del nuovo film delle Backrooms bisogna partire necessariamente dal suo regista: Kane Parsons, conosciuto online come Kane Pixels.
La sua storia è quasi surreale quanto le ambientazioni che racconta.
Nato nel 2005, Kane Parsons è diventato celebre ancora adolescente grazie alla sua serie horror pubblicata su YouTube dedicata proprio alle Backrooms. Una serie che, con mezzi tecnici apparentemente limitati ma con un’enorme sensibilità visiva e narrativa, è riuscita in qualcosa di rarissimo: prendere un meme creepypasta nato su internet e trasformarlo in un linguaggio cinematografico vero.
Perché il punto non era solo il found footage. Non era solo l’estetica VHS. Non era nemmeno il mistero.
Il punto era l’atmosfera.
Kane Parsons aveva capito qualcosa che molti giochi horror e molti registi sembrano dimenticare: la paura autentica spesso nasce quando qualcosa non accade.
Quando senti che potrebbe esserci qualcosa.
Quando il silenzio diventa troppo silenzioso.
Quando il cervello inizia autonomamente a completare ciò che non vede.
Il fatto che un ragazzo nato nel 2005 sia riuscito a comprendere così bene il linguaggio dell’ansia contemporanea è quasi inquietante di per sé.
Forse perché la sua generazione è cresciuta in una forma di liminalità continua: internet, nostalgia artificiale, luoghi digitali senza appartenenza, identità frammentate e la costante sensazione di abitare uno spazio mentale incompleto.
Non sorprende quindi che Hollywood, e nello specifico A24 — studio ormai associato a un horror più autoriale e psicologico — abbia deciso di affidargli un lungometraggio ufficiale delle Backrooms.
Nel cast troviamo attori importanti come Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve e Mark Duplass, segnale evidente che il progetto non vuole essere un semplice adattamento di una creepypasta virale, ma qualcosa di più ambizioso.
Eppure, proprio qui emerge anche il mio primo timore.
Le Backrooms non sono un mostro: sono un trauma
Se dovessi spiegare cosa rende davvero terrificanti le Backrooms, direi una cosa semplice: non hanno bisogno di nulla.
Ed è forse questa la cosa più difficile da accettare per cinema e videogiochi.
Le Backrooms, nella loro forma più potente, funzionano proprio perché sembrano uno spazio sbagliato in cui qualcosa dovrebbe esserci ma non arriva mai.
Un’assenza perennemente presente.
Ed è una definizione che potrebbe sembrare poetica, ma in realtà credo descriva molto bene il modo in cui funziona anche il trauma psicologico.
Perché il trauma raramente si presenta come un mostro chiaro e riconoscibile.
È molto più simile a un loop.
Un movimento ripetitivo della mente.
Una stanza in cui continui a tornare.
Un ricordo che cambia forma ogni volta ma continua a essere lì.
Le Backrooms mi hanno sempre ricordato proprio questo: la struttura mentale di chi non riesce davvero a uscire da qualcosa.
Si cammina.
Si gira un angolo.
Si crede di essere andati avanti.
Ma in realtà si sta soltanto tornando nello stesso punto sotto un’altra forma.
Ed è qui che il film potrebbe trovare la sua riflessione più potente: l’idea che chi inciampa nelle Backrooms non stia entrando semplicemente in uno spazio fisico impossibile, ma in una dimensione che somiglia inquietantemente al nostro inconscio.
Uno spazio costruito dai frammenti di memoria.
Da ricordi collettivi.
Da emozioni irrisolte.
Da cose che pensavamo dimenticate.
Se davvero le Backrooms sono un labirinto, allora forse non sono un labirinto architettonico.
Sono un labirinto psichico.
Gli spazi liminali e quella sensazione impossibile da spiegare
C’è un motivo se quasi tutti, guardando le immagini delle Backrooms, provano una sensazione stranamente familiare.
Qui entra in gioco il concetto di spazio liminale.
Gli spazi liminali sono luoghi di transizione: corridoi, parcheggi vuoti, centri commerciali deserti, scuole durante le vacanze, alberghi di notte, sale d’attesa, uffici semiabbandonati.
Luoghi pensati per essere attraversati, non vissuti.
Quando restano vuoti troppo a lungo diventano disturbanti perché tradiscono la loro funzione.
Un centro commerciale o un ospedale senza persone sembra sbagliato.
Una scuola silenziosa sembra irreale.
Un ufficio infinito sembra una simulazione difettosa della memoria.
Ma credo ci sia qualcosa di ancora più profondo.
Questi luoghi sembrano familiari perché, in modi diversi, appartengono alla memoria collettiva.
Tutti abbiamo un ricordo (pur non avendolo vissuto) di moquette simili.
Neon simili.
Pareti beige simili.
Tutti siamo passati in corridoi anonimi che oggi non sapremmo più localizzare.
Ed è come se le Backrooms prendessero tutti questi ricordi sparsi e li assemblassero in un gigantesco collage inconscio.
Un sogno fatto di pezzi di realtà.
La cosa affascinante è che più si procede dentro queste stanze immaginarie, più i ricordi sembrano deformarsi.
Una sedia diventa leggermente sbagliata.
Una porta conduce a qualcosa che non dovrebbe esistere.
Una stanza ricorda una scuola, ma la disposizione è impossibile.
Come accade nei sogni.
O nei ricordi traumatici.
Perché la memoria non è mai una registrazione perfetta.
È una continua ricostruzione.
E più ci allontaniamo da un evento, più quell’evento cambia forma.
Forse le Backrooms sono proprio questo: la copia deteriorata di qualcosa che ricordiamo male.
Il problema delle creature: quando il trauma prende un volto
Ed è proprio qui che emerge quello che considero il punto più controverso non solo del nuovo film delle Backrooms, ma anche di gran parte dei videogiochi ispirati a questo universo.
Le presenze.
Le creature.
Le entità.
Capisco perfettamente perché esistano. Sarebbe ingenuo fare finta di non comprenderne la funzione narrativa o commerciale. Un film deve mantenere attenzione, creare tensione esplicita, ampliare il pubblico e fornire un antagonista tangibile. Un videogioco horror deve generare dinamiche di gameplay, fallimento, fuga, adrenalina. Anche sul piano dello streaming la presenza di qualcosa da cui scappare crea ritmo, reaction, urla, clip condivisibili.
intrattenimento e concetto
Da un punto di vista dell’intrattenimento è una scelta quasi inevitabile.
Ma dal punto di vista concettuale, almeno per me, è proprio qui che le Backrooms rischiano di perdere la loro forma più disturbante.
Perché appena il terrore assume un volto preciso, qualcosa si spezza.
Il cervello smette di immaginare.
E l’immaginazione è sempre più crudele di qualsiasi mostro.
Il momento in cui vediamo chiaramente una creatura segna spesso la fine della paura astratta e l’inizio di una paura concreta, molto più tradizionale. A quel punto non stiamo più vivendo l’angoscia di uno spazio impossibile, ma un horror di sopravvivenza.
Scappa.
Nasconditi.
Non farti prendere.
Sono dinamiche che funzionano benissimo, ma che appartengono a un altro linguaggio.
Le Backrooms, almeno nella loro forma più pura, non hanno mai avuto bisogno di questo.
La loro forza stava nell’idea che qualcosa forse esistesse.
Forse.
Ed è quel “forse” a divorarti lentamente.
Credo che il vero orrore delle Backrooms sia molto più vicino all’ansia che proviamo quando siamo completamente soli in casa di notte e, pur sapendo razionalmente che non c’è nulla, continuiamo a percepire una presenza indefinita.
Non arriva mai.
Ma il corpo si comporta come se potesse arrivare da un momento all’altro.
Ed è qui che si produce una delle emozioni più disturbanti dell’horror: la vigilanza continua.
Una tensione che non trova scarico.
Il cervello resta acceso.
In allerta.
E proprio perché nulla accade, la paura cresce invece di risolversi.
Perché sì, anche la paura vuole una conclusione.
Quando appare il mostro, in un certo senso, siamo quasi sollevati.
Finalmente sappiamo da cosa avere paura.
Finalmente il mistero si riduce a qualcosa di comprensibile.
Le Backrooms invece, per come le intendo io, sembrano negate a questa possibilità.
Ti lasciano sospeso.
Incompleto.
Come un trauma irrisolto.
E se le creature fossero ricordi deformati?
Eppure voglio concedere una possibilità al film di Kane Parsons.
Perché nonostante abbia deciso di inserire presenze fisiche, almeno son state trattate come qualcosa di più psicologico, incarnazione della memoria di un trauma.
Come feticci del trauma, ricordi corrotti.
Come incarnazioni fisiche dell’inconscio.
Se pensiamo alle Backrooms come uno spazio mentale, allora le entità potrebbero acquisire un significato completamente diverso.
Non creature esterne.
Ma parti di noi.
Memorie diventate ostili.
Eventi irrisolti che continuano a rincorrerci.
Figure impossibili nate dal tentativo della mente di dare una forma concreta al dolore.
E in fondo è già così che funziona il trauma nella realtà.
Chi soffre davvero per qualcosa raramente è perseguitato dall’evento in sé.
È perseguitato dalle sue deformazioni.
Dai dettagli cambiati.
Dalle interpretazioni.
Dalle immagini mentali che mutano col tempo.
Dal continuo tentativo del cervello di dare un ordine a qualcosa che ordine non ha.
Più tempo passa, più il ricordo cambia.
Più cambia, più sembra distante.
Eppure continua a fare male.
Come una stanza familiare diventata improvvisamente sbagliata.
Una porta che ricordavi diversa.
Una luce troppo fredda.
Un odore fuori posto.
Perché streamer e gamer spesso non capiscono davvero le Backrooms
Qui probabilmente entrerò in territorio impopolare.
Ma credo davvero che molti gamer — specialmente quelli che fanno streaming — spesso non vivano le Backrooms nello spirito con cui andrebbero vissute.
E non è necessariamente colpa loro.
È il medium stesso che spinge in quella direzione.
Lo streaming premia il ritmo.
La reaction.
L’immediatezza.
Il momento da clip.
Il picco emotivo.
Le Backrooms invece chiedono l’esatto opposto.
Chiedono lentezza.
Silenzio.
Attesa.
Disorientamento.
Perfino noia, in certi momenti.
Vanno attraversate lentamente, quasi meditativamente, lasciando che quella sottile ansia inizi a sedimentare.
Bisognerebbe osservare i dettagli.
Ascoltare i rumori lontani.
Restare abbastanza tempo nello spazio da iniziare a sentirlo vivo proprio attraverso la sua apparente assenza.
Perché il vuoto vero è difficilissimo da sostenere.
L’essere umano non tollera facilmente il nulla.
Vuole un significato.
Un nemico.
Una spiegazione.
Qualcosa che arrivi.
Eppure le Backrooms sembrano costruite proprio per negare tutto questo.
Sono un’attesa infinita.
La promessa di qualcosa che non arriva.
E nel momento in cui quella presenza finalmente si manifesta troppo chiaramente, secondo me, qualcosa del loro potenziale si perde.
Il vuoto smette di essere terrificante.
Diventa semplicemente il corridoio che porta al prossimo inseguimento.
Un possibile capolavoro mancato?
E qui arrivo forse alla mia critica più personale.
Credo sinceramente che il nuovo film delle Backrooms abbia il potenziale per essere qualcosa di enorme. Non solo un buon horror, ma un film capace di parlare della memoria, dell’isolamento, del trauma e dell’inconscio collettivo in un modo che pochissime opere contemporanee hanno davvero tentato.
Ha tutti gli elementi giusti.
Un immaginario potentissimo.
Un regista che quel linguaggio sembra comprenderlo profondamente.
Uno studio come A24 che teoricamente potrebbe permettere una visione più autoriale.
Eppure ieri al cinema si è incarnata una mia paura precisa: che nel tentativo di rendere le Backrooms appetibili a un pubblico più ampio, si finisca per tradire proprio ciò che le rende così disturbanti.
Ed è una paura comprensibile.
Anche inevitabile.
Perché cinema e videogiochi devono essere venduti.
Devono intrattenere.
Devono trattenere attenzione.
Un horror fatto quasi esclusivamente di silenzi, stanze vuote e tensione psicologica sarebbe un rischio enorme, probabilmente persino commerciale.
Paradossalmente, quindi, il film potrebbe dovere il proprio successo proprio agli elementi che, almeno a mio parere, gli impediranno di diventare un capolavoro assoluto.
Perché la verità è che le Backrooms, nella loro forma più pura, forse non sono nemmeno davvero “cinematografiche”.
Sono un’esperienza mentale.
Una sensazione.
Un errore nel paesaggio della memoria.
Qualcosa che assomiglia inquietantemente a entrare dentro il proprio inconscio e trovare stanze che non ricordavi più di avere.
Stanze vuote.
Forse.
O forse no.
Ed è proprio questo il punto.
Non saperlo mai davvero.
Francesco Cogoni
Consiglio anche:Recensione di Heretic: Horror religioso | ConnectivArt
10 film horror del 2024 da vedere assolutamente | ConnectivArt
Le 10 più belle colonne sonore horror della storia | ConnectivArt
Intervista a Daniele Serra: illustratore dell’horror | ConnectivArt
Leone il Cane Fifone: il coraggio di affrontare le cose | ConnectivArt
ConnectivArt

